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ChatArt di Ernesta Galeoni -- Contenuti del sito
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Coordinata dal dott. Antonio Lo Iacono

Se avete dei messaggi di “Naufrago” poichè vi sentite naufragare nel mare della solitudine potete testimoniarlo nella chatart... alla voce Navigando

- Solitudine e Creatività
Spesso il sentimento di solitudine è un’occasione per esprimersi e per creare, quasi a voler riempire il senso di vuoto, quasi a voler definire la propria identità attraverso attività che lasciano il segno. Ritirarsi in silenzio e cominciare a scrivere, a dipingere, a scolpire, a comporre musica è la solitudine creativa che ogni artista attraversa in un modo o in un altro. In passato quest’isolamento era un lusso che ogni artista si guadagnava per poter creare in libertà. Oggi è più difficile trovare un giusto isolamento, vivendo in appartamenti sempre più piccoli, dove si sentono facilmente i sospiri del vicino, la sua voce o il suo televisore acceso, è difficile trovare la giusta intimità per creare. Spesso è proprio per esprimere il proprio senso di solitudine che l’artista crea attraverso la sua tecnica, il suo linguaggio e la sua personalità. Molti, infatti, affermano la necessità di un isolamento effettivo per poter dar vita alla creatività. Accettando il silenzio e il senso di vuoto iniziale che dà ogni separazione anche se momentanea, in effetti, si può dare più spazio all'invenzione. Non tutti hanno la stessa esigenza, o gli stessi ritmi, le stesse esperienze o attitudini. Il sapersi ritirare dopo il chiasso, le vicende vissute con gli altri, è fondamentale per orientarsi e ritrovare ogni volta se stessi nel proprio lavoro creativo. Edvard Munch, per esempio osserva il mondo dal suo punto di vista e avverte il messaggio che proviene dall’esterno come un urto. Un segnale aggressivo che sgomenta il pittore e gli da un senso di desolazione e di malattia, quasi d’incubo, di forte impatto emotivo. I suoi quadri rappresentano se stesso, cioè una persona solitaria e introversa che tende a restare ingabbiata nella propria paura degli altri. Questa particolare gelosia, questo timore, questa solitudine porterà il pittore a dipingere dei quadri come “la veglia funebre” e “l’urlo” quest’ultimo molto celebre poiché e usato quasi come un’icona per rappresentare l’angoscia. Questa profonda solitudine dell’artista non riuscì mai del tutto a riscattarsi attraverso l’arte e il suo pessimismo lo portò a dover curare la sua follia in una casa di cura. Ma se dobbiamo pensare ad un personaggio pessimista italiano, è chiaro che il pensiero va subito a Giacomo Leopardi, forse il più gran cantore della solitudine poiché è sempre stato convinto che con questo sentimento la poesia è rinforzata e l’immaginazione attivata.

Talor m’assido in solitaria parte
Sovra un rialto, al margine di un lago
Di taciturno pianto incoronato..

In questi versi della sua “Vita solitaria” si nota un certo compiacimento di questo voluto isolamento, quasi premiato poi con una corona di “taciturne piante”. La solitudine per il poeta è un’espressione estatica e fusionale:

……Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare…

Qui si nota un sentimento di comunione con il tutto. Come se la solitudine gli aprisse paradossalmente le porte di uno smisurato senso d’eternità, senza confini, un senso oceanico d’appartenenza al mondo.

Un altro poeta, Antonio Machado ne’“I sogni dialogati” così invoca la solitudine nel suo travaglio creativo:

Solitudine, mai compagna sola
dea del prodigio, che hai voluto farlo
non richiesta! Di dare la parola
alla mia voce…

Ma la mia commozione ritorna spesso rileggendo i tre versi di Salvatore Quasimodo, a mo di haiku, che riesce a sublimare in un flash la condizione umana e poetica che spesso condivido:

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera….

Il poeta R.M. Rilke quasi prescrive la solitudine ad un giovane che gli chiede consigli sulla scrittura: “Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate, accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza; che per un creatore non esiste povertà nei luoghi poveri ed indifferenti. E se anche foste in carcere, le cui pareti non lasciassero filtrare alcuno dei rumori del mondo fino ai vostri sensi, non avreste ancora sempre la vostra infanzia, questa ricchezza preziosa, regale, questo tesoro di ricordi? Rivolgete in questa parte la vostra attenzione. Tentate di risollevare le sensazioni sommerse di quel vostro passato; la vostra personalità si confermerà, la vostra solitudine si amplierà e diverrà una dimora avvolta in un lume di crepuscolo, oltre cui passa lontano il rumore degli altri”.
Questa lettera di Rilke nel finale ricorda la seconda solitudine di de Gòngora. Ma le Soledades di Luis de Gòngora fu uno dei primi titoli dedicati da un poeta alla solitudine al plurale. La prima solitudine è la storia di un pellegrinaggio e di un naufragio, la seconda solitudine è una riscoperta di una vita nuova, una vita appunto lontana dal rumore del mondo.
L’arte e la letteratura sono piene di pazzi, talvolta quasi criminali , comunque di solitari che cercano se stessi, quindi creano sviluppi e fermenti intellettuali.
Dalla solitudine della pazzia è nata l'arte, la pittura e la poesia, dalla follia soprattutto è nata, in tempi a noi vicini, persino “l'art brut”, un filone artistico che si avvaleva di produzioni artistiche effettuate da malati di mente, e promosso da Jean Dubuffet e che fu presentato per la prima volta nel 1946 in Francia nel ricovero di Sant'Anna.
Ma per l’artista, lo scrittore e il poeta in particolare, la solitudine è spesso apprezzata come condizione desiderabile per esprimersi. Edmond Jabes afferma: ”Si parla per rompere la solitudine. Si scrive per prolungarla. Ogni libro ha i suoi antri di solitudine. La scrittura è una scommessa con la solitudine. Come se ci fosse una solitudine più sola, rinserrata nel cuore stesso della solitudine, in quel luogo dove la parola si modella sull’immagine che lei stessa ha catturato, come accade al bambino nel ventre materno”. Ma di questo rapporto speciale tra solitudine e letteratura, tra solitudine ed arte, tra solitudine e filosofia tra solitudine e scienza se n’è sempre parlato. 

Albert Einstein una volta disse: “E’ strano essere così conosciuti ed essere così soli!”. Ma Einstein non fu il solo personaggio famoso a sentirsi solo. Possiamo ricordare due personaggi piu vicini a noi che in realtà sono morti di solitudine: Marylin Monroe ed Elvis Presley.
"IL MONDO PERDE UN PO' DI BELLEZZA cosi titola il N.Y. Tribune. "L'attrice è stata la vittima della sua incapacità di adattare la sua sensibilità e le sue ambizioni alle caratteristiche di quell'ambiente artificiale in cui viveva e lavorava. Le sue limitate capacità di attrice erano ignorate. Hollywood vendeva il suo corpo. Questa è stata la tragedia di Marylin, questa è la tragedia di Hollywood" In N.Y Times aggiunge: "Le dure esperienze della giovinezza l'avevano resa vulnerabile. E' una storia umana e triste, molto triste. Al di là del volgare sfruttamento che, per ragioni commerciali aveva dato di Marylin un ritratto del tutto falso, vi era un attrice bella, sensibile e piena di spirito. Con la sua morte il mondo perde un po' di bellezza"
Poche settimane prima in un'intervista a Life, la Monroe non aveva nascosto una profonda tristezza e un senso generale di smarrimento. "La gloria non è per me che una felicità passeggera. La gloria non può essere una dieta quotidiana; e come il caviale: è buono, ma non a tutti i pasti, tutti i giorni. La mia vita non si identifica con la gloria" 

Anche Elvis Presley non ha sopportato il successo, qualcuno ha scritto di lui:
Era un povero ragazzo bianco del Sud...
ed è stato amato, adorato, idolatrato da milioni di persone in tutto il mondo
per più generazioni.Era un povero ragazzo bianco del Sud...
e lo hanno ucciso la fama, la ricchezza, la solitudine.
Al contrario c’e qualcuno come Emily Dickinson che sceglie la solitudine fin dall’inizio isolandosi per tutta la vita in una solitudine assoluta per scrivere e la fama la conquista solo dopo la morte, anche se dura da più di un secolo. Questo è un suo scritto sulla solitudine:

Solitudine

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte - eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita. 


E’ vero che la creatività emerge spesso da una ricerca dentro se stessi ma molti dei più grandi artisti, letterati e pensatori sono stati solitari, non si sono formata una famiglia è hanno avuto pochi rapporti interpersonali. Possiamo enumerare oltre i soliti Leopardi e Dickinson anche Descartes, Newton, Locke, Pascal, Spinoza, Kant, Leibniz, Schopenauer, Nietzsche, Kierkegaard.
Ma questi solitari spesso, danno un fondamentale contributo nel formare la nostra umanità e la nostra civiltà, spesso è proprio dopo un lungo isolamento che si riesce a dare un messaggio innovativo e quindi collaborare alla crescita sociale.
A questo proposito mi sembra utile inserire l’intervista che ho fatto recentemente al mio amico Ennio Calabria, uno dei pittori italiani più quotati, sensibili e intelligenti: 

Ennio Calabria e la solitudine del pittore Antonio Lo Iacono (L) Ennio Calabria (C)
L Caro Ennio come pensi che la solitudine abbia potuto influenzare la tua creatività?
C La solitudine senz’altro mi ha influenzato. Mi ha influenzato nel senso che è stata la stessa dimensione che determina la condizione del rifiuto, di essere rifiutati. Ti pone le ragioni che ti hanno reso separato. Cosi ho potuto colpevolizzarmi e rimettere completamente in discussione. Ho sentito che in realtà che in questa solitudine non giocava qualcosa di personale, io ero isolato come categoria non come individuo.
L Puoi spiegarti meglio?
C Io cominciato a dipingere nel lontano ‘58 e intorno alla fine degli anni ‘70 ho sentito che non ero più in contatto con la vita, non ero in un contatto organico con le cose. Da li è iniziata la solitudine e l’immaginazione di ciò che la determina. Questi fantasmi aggressivi che appartengono solo a te, anche se cerchi di focalizzare questo si ripropone poi tutto il rapporto tra l’io e l’altro e ti accorgi di abbandonare la tua natura, il tuo modo di essere complesso.
Non è la mia solitudine ma è la dimensione complessa della mia personalità che è stata mandata in esilio. Si sono separate due grandi dimensioni della psiche: la dimensione che viene chiamata pragmatica che ti consente lo svolgimento delle funzioni pratiche della vita e la dimensione complessa che è stata proprio completamente esiliata. La ragione che ha guidato questo divorzio è stato l’aumento abnorme della velocità degli scambi e questa solitudine è diventata la base per l’ipotesi di una ricostruzione di un possibile rapporto.
L Oggi si vive spesso in situazioni di ansia , di paura. C’è mai stata in te una paura fondamentale?
C Ho pensato all’inizio che fosse una specie di terrore dell’aggressività, della mia aggressività. Poi mi sono reso conto, in seguito, dopo più di 40 anni di pittura e 65 anni di vita, di vivere questo spazio tempo tra una partenza ormai dimenticata e un arrivo improbabile, un pendolarismo continuo tra , una dimensione fusionale, come tu Antonio diresti, e l’eventualità di ricostruire la tua personalità separata. Se io accetto dei ruoli sociali che mi consentono di realizzare questo mio essere separato, io sento che sto perdendo qualcosa di importante, ma se mi spingo nell’altra dimensione, cioè il desiderio quasi di camminare in questa sorta di vuoto, sostanzialmente, lì sento che sto perdendo la mia identità, capendo che questa sensazione che ho sempre avuto di essere trasparente, di essere sempre, in un certo senso, un turista, dovunque mi trovi, di garantirmi sempre una possibilità di uscita da tutto ciò in cui mi immergo e che mi porta in una condizione di forte inconsistenza e perfino asociale. Questa è probabilmente la base della mia realtà e anche del mio nucleo poetico.
L A proposito di poesia Pessoa, il grande poeta portoghese, dice che essere poeta non è una sua ambizione ma è il suo modo per star solo. Ciò può valere anche per te o c’è qualcosa da integrare in questo?…
C Lo condivido completamente. Dare corpo a questa dimensione, la poesia, è motivata ogni volta da forti necessità. E’ la tensione alla ricomposizione della personalità. Io mi sono reso conto di quanto è diverso il mio pensiero dalla pittura. Io sono uno che pensa molto e che ha bisogno anche di sviluppare una sorta di teorizzazione, spingere il pensiero oltre l’evidente, però mi rendo conto che c’è qualcosa di funebre, perché è come il tentativo esasperato di dar corpo, in qualche modo, alla mia separazione e quindi anche alla mia inconcludenza. Ecco la pittura, forse anche la poesia, è il recupero della tua psicofisicità, la ricomposizione della personalità, quindi è, nel mio caso, lo strumento attraverso il quale io mi collego dal mio vuoto agli oggetti esterni. E’ come se attraverso la manipolazione degli oggetti esterni io potessi avere l’illusione di gestire ed evolvere i miei oggetti interni (che io non conosco). La poesia non è altro che l’equivalenza esterna più esatta di un problema oscuro, interno, che non si conosce. Questa spinta oscura che non ha di per se capacità di esprimersi, non ha un suo linguaggio e se ne ignora radicalmente il contenuto. L’unica cosa che possiamo portare a livello della coscienza non è che qualcosa di analogico a ciò che ci spinge. Sono quindi completamente d’accordo con Pessoa. Lui dice la mia solitudine, io dico la mia realizzazione compensativa.
L Quindi una forma di identità in qualche modo.
C Certo
L Tu dai corpo ai tuoi pensieri, alle tue immagini con la tua pittura, lasci le tracce del tuo mondo interno attraverso i colori che ricrei.
C Quello che spinge dentro, la pittura, dato che faccio il pittore, è necessaria. E’ un contenuto in cui io non posso conoscere sostanzialmente nulla. Immagina che ci sia un cieco dentro una stanza che con una mano tocca degli oggetti che non conosce e con l’altra mano, fuori dalla finestra tocca degli oggetti esterni e cerca di stabilirne un’analogia.
L Sapresti stabilire una percentuale di solitudine nella tua vita ?
C Per quanto mi riguarda per me la solitudine è necessaria. E’ come dire che io riesco ad immaginare il sole durante la notte e quando mi trovo al sole immagino la notte. E’ come se uno avesse bisogno di vedere le cose, o le possa vedere solo con la coda dell’occhio, per cui io ho bisogno che scaturisca, attraverso la solitudine, la relazione di cui non sono capace. E nella relazione ho bisogno che scaturisca il relazionarmi con me stesso. Ho bisogno di conservare questo spazio pendolare tra la fusione e la separazione. Quindi ho necessità di concretizzare questo spazio determinato da un altissimo grado di relatività, come se non avesse corpo di per se ma potesse soltanto esistere in quanto prodotto da un continuo cortocircuito tra due poli che sono però ambedue insufficienti e non praticabili.
L Riguardo al tuo discorso di vedere, se ho capito bene, un po’ di sguincio la realtà e anche riguardo a quello che tu hai risposto in una vecchia intervista del 1994, che io ho letto quando ti facevano le domande su qual’era il luogo ideale per la solitudine, la montagna o il deserto, tu hai scelto una terza via cioè New York. La vedo molto collegata a quello che dicevi prima riuscire a concentrarti quando ci sono interferenze.
C Esattamente io ho bisogno di una solitudine relativa. Forse quello spazio pendolare di cui parlavo prima fra i due poli, probabilmente è il mio spazio della solitudine, però è la condizione per vivere, in qualche modo la folla degli oggetti. Lo spazio che a me serve per poter sperare di dare forma alla mia identità che altrimenti rischia di non esistere, oppure è passiva, nel senso che è dentro una condizione per me del tutto insufficiente, quella appunto dei ruoli sociali, del già pensato, dei codici già emersi, cose che a me bloccano la fantasia, mi impediscono un atto generativo. Infatti non sono portato ai giochi intertestuali, a quei meccanismi molto diffusi per cui si lavora sul già pensato, su codici già emersi che si combinano tra loro per vedere che tipo di sorpresa ne viene fuori.
Io sono anni che dipingo senza pormi uno scopo, nel senso che butto giù del colore, vado avanti così per qualche tempo, poi, gradualmente lascio che si comincino a determinare delle direzioni. Alla fine mi accorgo che da questo spaesamento comincia a provenire una volontà determinata ad agire, solo che si tratta di altro da me, un altro soggetto che agisce in quel momento, non più io.
L Io mi volevo un momento collegare con il concetto di libertà dove ti sento molto coinvolto sia nel contatto con te stesso che nel sociale e nel politico, in altre parole come e quanto ti senti imprigionato e come e quanto ti senti libero.
C Io soffro molto per l’assenza di interlocuzione. Non si può stare sempre su una riva accendendo e spegnendo una lampada se non c’è poi nessuno che da una barca risponde al segnale. Quello che mi fa soffrire di più è l’organizzazione sociale. Oggi non c’è più il tempo per niente, siamo un po’ tutti delle monadi che si autorelazionano. Il rapporto viene negato dalle fondamenta. Che tipo di libertà si può rivendicare nell’assenza di un rapporto? Comportamenti fatti d piccole finzioni, piccoli opportunismi e dipendenze a tutti i livelli. E la dipendenza cosa altro è se non il fallimento della creatività? E’ come se non ci fosse più spazio per una comunicazione complessa e completa, non ne abbiamo più la libertà e quindi non rimane che rifluire nella propria solitudine. Si tratterà poi di vedere in che modo queste solitudini possano poi interagire di nuovo, ricostituendo un sistema di relazioni…..



- Il fenomeno della dipendenza
C’è un luogo comune che afferma che l’uomo nasce libero e che poi piano piano s’incatena attraverso i condizionamenti sociali. Quest’illusione di libertà si perde pian piano, di mano in mano che aumentano le responsabilità (la crescita) gli impegni, i progetti di un ideale di vita. Quindi la socializzazione e la politica può concorrere a questa fuga dalla libertà.
Paradossalmente invece l’uomo è uno degli esseri viventi meno autonomo e indipendente, poiché la maggior parte degli animali, già alla nascita è in grado di muoversi, di camminare e, in seguito di cercare la fonte d’alimentazione, mentre il cucciolo dell’uomo è totalmente dipendente dalle cure materne, a tal punto che alcuni psicoanalisti hanno ipotizzato che il bambino quando non vede più la madre, impara in qualche modo a sentirla dentro, cioè la interiorizza. Perciò si perde un oggetto e lo si ritrova in un gioco continuo e ripetuto per addestrarsi a sopportare l’assenza materna, fantasticando, parlando, creando e crescendo. Questa separazione, così decisiva per la costruzione del carattere, è ben rappresentata da Freud (1920 Al di là del principio del piacere), quando descrive il rituale di un bambino di diciotto mesi che gettava lontano un rocchetto legato ad un filo, per poi farlo, a suo piacimento, riapparire tirando lo spago. In qualche modo era una via, usata dal bambino, per risarcirsi dell’assenza della madre e per elaborare l’angoscia di separazione.
Così l’inventore della Psicoanalisi ce lo racconta:
This good little boy, however, had an occasional disturbing habit of taking any small objects he could get hold of and throwing them away from him into a corner, under the bed, and so on, so that hunting for his toys and picking them up was often quite a business. As he did this he gave vent to a loud, long-drawn-out "o-o-o-o," accompanied by an expression of interest and satisfaction. His mother and the writer of the present account were agreed in thinking that this was not a mere interjection but represented the German word "fort'" [gone]. I eventually realized that it was a game and that the only use he made of any of his toys was to play "gone" with them. One day I made an observation which confirmed my view. The child had a wooden reel with a piece of string tied around it. It never occurred to him to pull it along the floor behind him, for instance, and play at it’s being a carriage. What he did was to hold the reel by the string and very skilfully throw it over the edge of his curtained cot, so that it disappeared into it, at the same time uttering his expressive "o-o-o-o." He then pulled the reel again by the string and hailed its reappearance with a joyful "da" [there]. This, then, was the complete game–disappearance and return. As a rule one only witnessed its first act, which was repeated untiringly as a game in itself, though there is no doubt that the greater pleasure was attached to the second act. The interpretation of the game then became obvious. It was related to the child's great cultural achievement–the instinctual renunciation (that is, the renunciation of instinctual satisfaction) which he had made in allowing his mother to go away without protesting.
Ma ci sono innumerevoli situazioni in cui il distacco o le cure materne non adeguate diventano un’arma micidiale per l’evoluzione psicofisica dei bambini; un’esperienza per tutti fu quella che lo Psicoanalista francese René Spitz dimostrò riguardo all’influenza fatale della solitudine (mancanza d’amore) sui bambini trascurati che chiamò depressione anaclitica.
Questo rischio familiare, d’altro canto, nasce (si può dire) con il trauma della nascita (Otto Rank 1924), dove, spesso il neonato perde il suo Eden per essere scaraventato in un ambiente, molte volte, caotico e confuso, dove non è facile costruire le necessarie sicurezze per rendersi realmente indipendenti. Secondo le caratteristiche dei genitori, si può così andare da un’eccessiva pressione e controllo sul bambino di tipo simbiotico (quante madri hanno questi bisogni?) ad una progressiva emarginazione fino ad arrivare ad una vera e propria sindrome abbandonica.
Ma, d’altro lato, come dicevamo, crescere vuol dire anche essere più autonomi a livello motorio, sapersi procurare il cibo, difendersi da varie situazioni di pericolo, non aver quindi più bisogno dei genitori reali. Ma il rovescio della medaglia è un certo ritiramento dai giochi fantastici, dalla fantasia libera e un certo imprigionamento nelle abitudini acquisite che potrebbero poi diventare le piccole dipendenze ombra che ci condizionano la vita e ci creano delle stampelle di sopravvivenza in caso di bisogno. 
Il mondo umano si configura quindi come un mondo della dipendenza, dove questa parola danza continuamente nel suo polivalente e ambiguo significato, che può andare a designare individui con comportamenti molto diversi. Takeo Doi, uno psicoanalista e psichiatra giapponese la descrive con la parola giapponese amae, riferendosi all’attaccamento di un bambino con la madre nel senso di essere avviluppato e sentirsi tutt’uno con lei. Egli afferma che ciò continua anche quando si è adulti. Essere così vicini a un’altra persona da essere indulgenti per questa debolezza senza imbarazzarsi. Il concetto fondamentale intorno a cui ruota il libro è quello di amae, concetto, rileva Takeo Doi, tipico della cultura giapponese ma intraducibile e assente nel mondo occidentale. L'esempio più pregnante di amae è quello dei rapporto che il bambino instaura con la madre dal primo anno di vita: Il bambino incomincia a vedere la madre come un qualcosa di separato da sé ma anche come un qualcuno che gli è indispensabile. La traduzione di amae potrebbe avvicinarsi al concetto di “dipendenza": dipendenza affettiva o, in termini psicoanalitici, "amore passivo di oggetto” che contraddistingue la natura specifica della società e della cultura giapponese. Un altro esempio tipico di amae riguarda la figura dell’Imperatore."L'imperatore si aspetta che quanti lo circondano sì occupino di ogni cosa, compreso, ovviamente, il governo dei paese. Per un verso egli dipende completamente da loro, ma dal punto di vista gerarchico è superiore a tutti. Quanto a dipendenza, non è diverso da un lattante, e tuttavia il suo è il rango più elevato del paese - prova innegabile dei rispetto accordato in Giappone alla dipendenza infantile." La dipendenza dal cibo è chiaramente collegata con il bisogno principale di tutti gli esseri viventi: il bisogno di alimentarsi per nutrirsi e sopravvivere. Questo bisogno naturale, fino a qualche tempo fa fu la maggior preoccupazione della maggior parte della popolazione mondiale fino al punto di mettere nelle preghiere la richiesta alla divinità “del pane quotidiano”. Ancora oggi nei paesi del terzo mondo, buona parte della popolazione muore letteralmente di fame. (Si calcola che nel mondo più di 1 miliardo e 300 milioni di persone (circa 1/3 della popolazione mondiale) ha un'alimentazione insufficiente. Secondo l'OMS, di questo 30% almeno 500 milioni non dispongono neppure di 1500 calorie il giorno, perciò soffrono di fame assoluta. Per non parlare del problema della sete. Le ultime ricerche fatte nel Terzo mondo indicano che in Africa circa il 75% della popolazione rurale non ha acqua potabile; in America latina sono il 77%; in Estremo oriente circa il 70%. In valori assoluti, sono più di 600 milioni le persone al mondo prive di acqua potabile). 

In occidente, dove il tenore di vita riesce a sfamare tutti (o quasi tutti) oggi sempre più si cerca di offrire agli altri, prima cha a se stessi, un’immagine fisica attraente o per lo meno gradevole, perciò si ricorre a ogni sorta di sacrifici. Ciò è spinto, direi anche condizionato, dalla continua pubblicità dei mass media sui metodi di dimagrimento, su come diventare sempre più belli, su come ringiovanire e non perdere i capelli. Questi modelli proposti (tra indossatrici e anoressiche), hanno portato per contro un paradossale incremento delle bulimie e quindi dei casi di obesità. Una delle tecniche più diffuse per valutare l’autopercezione consiste nel disegnare il proprio corpo a grandezza naturale su un gran foglio. Si è notato che naturalmente la tendenza a sopravvalutare la grandezza del proprio corpo è più elevata tra le ragazze anoressiche e bulimiche, ma questa tendenza, appare, pur se in misura inferiore, anche in ragazze che non manifestano sintomi di patologia alimentare. Spesso in molte ragazze, ma ormai anche in molti ragazzi, appare un timore fobico di avere una deformità in qualche parte del corpo (dismorfofobia), sindrome che potrebbe collocarsi tra un’ipocondria estetica e una fobia sociale. Ma la cibomania vera e propria si esprime con la sindrome della Bulimia, questa fame smisurata e incontrollabile che comporta l’ingestione veloce di una gran quantità di cibo (qualcuno in un giorno può, talvolta, arrivare ad ingerire cibo per l’equivalente di più di ventimila calorie), che altro può essere se non un disperato tentativo di riempire i propri vuoti affettivi, la propria solitudine, la riconquista rabbiosa di un cibo affettivo che evidentemente non è stato erogato a sufficienza e che si placa solo quando inizia il mal di pancia, quindi il relativo pentimento con il senso di colpa per la paura di ingrassare…..La dipendenza dalle parole è diventata molto ricorrente nella società contemporanea. E’ pur vero che “In principio era il verbo” dove verbo-Logos va inteso come ragione e parola che si pone come pensiero universale. Ma poi si presuppone che il pensiero possa prendere corpo cioè si possa incarnare nelle nostre belle individualità. In certe casi e in certe situazioni, sembra che le parole non bastino mai, quindi siamo sempre più sommersi di parole, ce ne lamentiamo e aumentiamo ancora di più questo flusso inarrestabile che nel tentativo di comunicare meglio, esprime, alla fine, un sordo rumore ed aumenta la confusione.Chiaramente ci sono molti distinguo. Alcune parole (molte) servono da riempitivo, come sottofondo per accompagnare qualcuno che si sente solo e dipendente: molti comizi, la pubblicità, molte trasmissioni televisive e radiofoniche di intrattenimento, i talk show, le condoglianze, gli auguri, i gossip e tutti i pettegolezzi anche quelli che sembrano più seri, hanno riempito tutti i nostri silenzi….Alcuni parlano con tale autocompiacimento e con un atteggiamento da “che ne puoi sapere tu di queste cose!” che non resta più spazio per l’interlocutore. Altri parlano continuamente senza ascoltare l’altro. Ho avuto una paziente che veniva da lontano (in tutti i sensi) che ad ogni seduta raccontava la stessa storia. Si sentiva perseguitata, dalla famiglia, dai colleghi,
dalla società. Ogni volta raccontava la stessa storia e non voleva essere interrotta per nessuna ragione. All’inizio di una seduta le io dissi ascolti quello che le devo dire e le raccontai la sua storia mettendo me come protagonista, poi le chiesi: forse lei mi può dare qualche consiglio? Lei rispose: “No la sua storia è del tutto diversa dalla mia” e prese a raccontare per l’ennesima volta la sua storia. Un’altra volta le dissi: la prossima volta forse lei potrebbe stare tutto il tempo in silenzio. Ma non ci fu per molto tempo una prossima volta, poiché sparì per tre mesi, poi mi richiamo per dirmi: ”dottore posso tornare per raccontarle la mia storia?”. Secondo una recente scoperta del Politecnico Rensslaer di Troy (New York) esiste una malattia chiamata CAD (Communication
Addiction Disorder) che negli Stati Uniti colpisce il 16% della popolazione e si manifesta con una vera e propria ossessione che porta a chiacchierare incessantemente. Questa sindrome che colpisce maggiormente le donne sembra che si manifesti attraverso questa necessità di parlare in maniera apparentemente incontrollabile. La mancata possibilità di soddisfare questo gran bisogno di parlare comporta sintomi tipici di "crisi di astinenza" simili a quelle da alcool, fumo e ogni altro tipo di dipendenza, droghe e internet incluse: nervosismo, ansia, depressione, nausea e mal di testa. Sembra anche accertato che questa sindrome colpisca prevalentemente le donne (almeno il doppio degli uomini) e tutti i malati abbiano in comune l'evidente tendenza a non riconoscere il proprio stato e a proiettare su chi li accusa "ingiustamente" di parlare troppo la propria nevrosi.
La teledipendenza è, in qualche modo, legata alla dipendenza dalle parole e dalle immagini per distrarsi da qualcosa che ci tormenta o addirittura per apprendere dei modelli per essere più accettati nella società in cui si vive. Quest’ambiguità tra l’informare e l’intrattenere rende la televisione uno strumento utile e pericoloso nello stesso tempo proprio per l’immenso potere che caratterizza la comunicazione a senso unico del messaggio televisivo. I due canali sensoriali attraverso cui si diffonde la TV (la vista e l’udito) può comportare, soprattutto se gli utenti non hanno ancora una piena maturità (i ragazzi e i giovani), per esempio, sia siano isolati sia socializzati, una totale soggiogazione dell’individuo che usa il mezzo ma, spesso n’è a sua volta usato. A tal proposito Karl R. Popper ha scritto: “Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto.” 

L’alcoldipendenza, cioè il non poter fare a meno di bevande alcoliche (dipendenza antichissima) che in certi casi, inizialmente può aiutare le persone timide e solitarie a socializzare, è il classico “latte avvelenato” che con l’illusione di scoprire il paradiso fa precipitare in un inferno da cui è difficile uscirne senza danni a se stessi e, di solito, anche agli altri. Un bicchiere di vino. Che bello! Un modo come un altro per scacciare l’infelicità e/o i vuoti affettivi, sfidando l’alcol per dimostrare la propria superiorità nel controllo e, inesorabilmente, spesso soccombere, diventando più infelice, più confuso e per sentirsi, alla fine, un fallito.
Il carattere orale e quello in genere che determina le dipendenze orali, bere, mangiare eccessivamente, fumare etc., riguarda un soggetto generalmente passivo, dipendente, che ha paura di perdere l'amore o l'attenzione delle persone, questo lo rende deluso, insoddisfatto, insofferente anche ai piccoli accadimenti, avido nei rapporti interpersonali.
La dipendenza da lavoro è in continuo aumento nella società contemporanea. Da sempre il lavoro è stato il centro dell’attenzione dell’uomo. Anche se oggi si lavora di meno di due secoli fa, attualmente lo stress è molto superiore anche se la situazione è variabile, secondo il motivo dello stress collegato con il tipo di attività. Quindi per gli operai che lavorano in aziende a rischio lo stressor potrà essere l’ansia e il timore di incidenti, mentre per lavori ripetitivi può essere la noia, per i giornalisti di cronaca la fretta, per le casalinghe la solitudine, per i medici e gli psicologi la responsabilità, per i dirigenti in carriera la competizione, per gli artisti l’ispirazione. Naturalmente lo stress aumenta considerevolmente per tutte le categorie elencate (anche per altre) se i lavoratori sono iperambiziosi e ipercompetitivi, cioè persone che dedicano quasi tutte le proprie energie al lavoro. Senza arrivare al Karoshi giapponese, cioè alla morte provocata da un eccesso di lavoro vissuto come imposizione, molte persone diventano lavorodipendenti per colmare la propria aridità affettiva e la propria povertà emozionale. S’illudono che avendo più successo, più soldi e più potere, possano essere più accettati e acclamati dagli altri. 

La dipendenza da lavoro comporta, in genere, l’acquisizione di vari disturbi e malattie (al di la di quelle specificamente professionali, le tecnopatie) che possono andare da un’ansietà e un’inquietudine con vuoti di memoria e tachicardia a un atteggiamento ipocondriaco, mal di testa cronico, insonnia, disturbi digestivi, anoressia, infarto, etc., ma può creare anche altri disagi relazionali, come comportamenti vessatori e calunnie verso colleghi e dipendenti, con comportamenti paranoici in cui ci si sente perseguitati da tutti, quindi si perseguita tutti: in altre parole il Mobbing. Ma una forma particolare di lavorodipendenza è la psicopatologia del successo.
Molti individui non si rassegnano a perdere potere e visibilità. Ciò succede quando alcune persone diventano velocemente famosi ma poi improvvisamente cadono in disgrazia perché il pubblico e/o i seguaci non li seguono più. Quindi per non affrontare l’abbandono e la conseguente sensazione di solitudine spesso diventano alcolisti, tossicodipendenti, si ammalano gravemente e/o molto più direttamente si uccidono. Anticamente diventavano celebri pensatori, grandi artisti, scienziati, eroi; per diventarlo impiegavano, talvolta, tutta la vita, alcuni dovevano attendere di morire. Oggi basta qualche breve apparizione alla TV per diventare un mito da imitare, sia se il personaggio ci abbia mostrato come si lava durante qualche trasmissione voyeristica come “il grande fratello”, sia che abbia espresso qualche battuta, non necessariamente intelligente, in un talk show. Ma come è facile salire è ancora più facile scendere improvvisamente in caduta libera. Questa “caduta degli dei” è sempre più frequente. I mass media non fanno quasi in tempo a glorificarli che debbono con lo stesso ritmo costatarne la psicopatologia del successo, per la perdita del medesimo o per il livello di incompetenza che avevano raggiunto grazie al cambiamento repentino dell’esistenza e del ruolo sociale. I sintomi conseguenti possono essere disturbi della personalità, reazioni infantili, aggressività isteriche e immotivate, disagi psicosomatici, polidipendenza, depressione, infarto. 

Ma una categoria particolare di dipendenza sono i codipendenti. Sono persone che pensando di colmare la propria solitudine, cercano in tutti i modi di aiutare gli altri diventandone, quindi, dipendenti e instaurando nell’altro una dipendenza.
Le caratteristiche più conosciute del codipendente sono: 

1) credersi responsabili, nel bene e nel male, per gli altri
2) pensare di soffrire e provare il disagio che provano gli altri
3) sentirsi costretti ad intervenire per assistere qualcuno che non lo richiede
4) entrare in crisi quanto l’aiuto offerto sembra inefficace
5) cercare di anticipare i bisogni altrui
6) avere molta difficoltà a dire di no a qualcuno
7) non sapere realmente cosa si vuole
8) cercare di accontentare sempre prima gli altri
9) negare i propri pensieri ed emozioni per timore di essere se stessi
10) cercare di fare di tutto per diventare indispensabili 

Naturalmente tutto questo crea scontentezza e aumenta l’insoddisfazione verso se stessi, essendo costretti a cercare la felicità fuori di sé e incentrare la propria vita su qualcun altro. Io credo che molti si riconosceranno in questo quadro o riconosceranno qualche parente o qualche amico. Attenzione qualcuno di questi potrebbe essere pericoloso per sé e per gli altri anche perché sono individui che non riescono a incontrare veramente qualcuno poiché non sono consapevoli di chi sono veramente. Il problema si può aggravare se qualche codipendente sceglie una professione d’aiuto (medico, psicologo, assistente sociale, etc), potrebbe farne un’arma micidiale contro gli utenti e alla fine anche contro se stesso. Le poesie, i racconti rosa, le favole, le canzoni, i film, le soap operas televisive sono un continuo inno allo stare insieme in questo modo, quindi molti sono condizionati da questi modelli. Molte persone vivono in coppia in modo codipendente. Alcune donne che hanno dedicato tutte se stesse al proprio uomo e magari glielo rimproverano continuamente, non rendendosi conto che hanno semplicemente seguito un loro bisogno compulsivo di dedicare la vita a qualcuno in modo simbiotico per coprire il loro vuoto, la loro solitudine esistenziale e la loro disperazione al pensiero di un abbandono. Ma la dipendenza coatta non è prerogativa soltanto delle donne, in questi ultimi decenni i ruoli si sono avvicinati e molti uomini temono l’indipendenza e l’autonomia. Spesso troviamo atteggiamenti di codipendenza anche in
molte madri che non vorrebbero mai far crescere veramente i propri figli ma continuare in una simbiosi perinatale che potrà costruire nei giovani un forte senso di solitudine in caso di distacco. Oggi è facile trovare dei ragazzi trentacinquenni che vivono in famiglia senza nessun progetto di una vita autonoma. Per queste madri e anche per alcuni padri sarebbe utile la risposta del “Profeta” di Kahlil Gibran a una madre che gli chiede di parlare dei figli:

I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie dell’ardore
che la vita ha per se stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
e benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro nome ma non i vostri pensieri,
poiché essi hanno i loro pensieri.
Potete dar ricetto ai loro corpi ma non alle loro anime,
poiché le loro anime dimorano nella casa di domani,
che neppure in sogno vi è concesso di visitare.
Potete sforzarvi di essere simili a loro,
ma non cercate di rendere essi simili a voi.
Poiché la vita non va mai indietro né indugia con l’ieri.
Voi siete gli archi da cui i vostri figli
come frecce vive sono scoccate.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi piega e vi flette con la sua forza
perché le sue frecce vadano veloci e lontane.
Fate che sia gioioso e lieto questo vostro
esser piegati dalla mano dell’arciere:
Poiché come ama la freccia che scaglia,
così egli ama anche l’arco che è saldo.


C’è un luogo comune che afferma che l’uomo nasce libero e che poi piano piano s’incatena attraverso i condizionamenti sociali. Quest’illusione di libertà si perde pian piano, di mano in mano che aumentano le responsabilità (la crescita) gli impegni, i progetti di un ideale di vita. Quindi la socializzazione e la politica può concorrere a questa fuga dalla libertà.
Paradossalmente invece l’uomo è uno degli esseri viventi meno autonomo e indipendente, poiché la maggior parte degli animali, già alla nascita è in grado di muoversi, di camminare e, in seguito di cercare la fonte d’alimentazione, mentre il cucciolo dell’uomo è totalmente dipendente dalle cure materne, a tal punto che alcuni psicoanalisti hanno ipotizzato che il bambino quando non vede più la madre, impara in qualche modo a sentirla dentro, cioè la interiorizza. Perciò si perde un oggetto e lo si ritrova in un gioco continuo e ripetuto per addestrarsi a sopportare l’assenza materna, fantasticando, parlando, creando e crescendo. Questa separazione, così decisiva per la costruzione del carattere, è ben rappresentata da Freud (1920 Al di là del principio del piacere), quando descrive il rituale di un bambino di diciotto mesi che gettava lontano un rocchetto legato ad un filo, per poi farlo, a suo piacimento, riapparire tirando lo spago. In qualche modo era una via, usata dal bambino, per risarcirsi dell’assenza della madre e per elaborare l’angoscia di separazione. 

Così l’inventore della Psicoanalisi ce lo racconta:
This good little boy, however, had an occasional disturbing habit of taking any small objects he could get hold of and throwing them away from him into a corner, under the bed, and so on, so that hunting for his toys and picking them up was often quite a business. As he did this he gave vent to a loud, long-drawn-out "o-o-o-o," accompanied by an expression of interest and satisfaction. His mother and the writer of the present account were agreed in thinking that this was not a mere interjection but represented the German word "fort'" [gone]. I eventually realized that it was a game and that the only use he made of any of his toys was to play "gone" with them. One day I made an observation which confirmed my view. The child had a wooden reel with a piece of string tied around it. It never occurred to him to pull it along the floor behind him, for instance, and play at it’s being a carriage. What he did was to hold the reel by the string and very skilfully throw it over the edge of his curtained cot, so that it disappeared into it, at the same time uttering his expressive "o-o-o-o." He then pulled the reel again by the string and hailed its reappearance with a joyful "da" [there]. This, then, was the complete game–disappearance and return. As a rule one only witnessed its first act, which was repeated untiringly as a game in itself, though there is no doubt that the greater pleasure was attached to the second act. The interpretation of the game then became obvious. It was related to the child's great cultural achievement–the instinctual renunciation (that is, the renunciation of instinctual satisfaction) which he had made in allowing his mother to go away without protesting

Ma ci sono innumerevoli situazioni in cui il distacco o le cure materne non adeguate diventano un’arma micidiale per l’evoluzione psicofisica dei bambini; un’esperienza per tutti fu quella che lo Psicoanalista francese René Spitz dimostrò riguardo all’influenza fatale della solitudine (mancanza d’amore) sui bambini trascurati che chiamò depressione anaclitica.
Questo rischio familiare, d’altro canto, nasce (si può dire) con il trauma della nascita (Otto Rank 1924), dove, spesso il neonato perde il suo Eden per essere scaraventato in un ambiente, molte volte, caotico e confuso, dove non è facile costruire le necessarie sicurezze per rendersi realmente indipendenti. Secondo le caratteristiche dei genitori, si può così andare da un’eccessiva pressione e controllo sul bambino di tipo simbiotico (quante madri hanno questi bisogni?) ad una progressiva emarginazione fino ad arrivare ad una vera e propria sindrome abbandonica.
Ma, d’altro lato, come dicevamo, crescere vuol dire anche essere più autonomi a livello motorio, sapersi procurare il cibo, difendersi da varie situazioni di pericolo, non aver quindi più bisogno dei genitori reali. Ma il rovescio della medaglia è un certo ritiramento dai giochi fantastici, dalla fantasia libera e un certo imprigionamento nelle abitudini acquisite che potrebbero poi diventare le piccole dipendenze ombra che ci condizionano la vita e ci creano delle stampelle di sopravvivenza in caso di bisogno. Il mondo umano si configura quindi come un mondo della dipendenza, dove questa parola danza continuamente nel suo polivalente e ambiguo significato, che può andare a designare individui con comportamenti molto diversi. Takeo Doi, uno psicoanalista e psichiatra giapponese la descrive con la parola giapponese amae, riferendosi all’attaccamento di un bambino con la madre nel senso di essere avviluppato e sentirsi tutt’uno con lei. Egli afferma che ciò continua anche quando si è adulti. Essere così vicini a un’altra persona da essere indulgenti per questa debolezza senza imbarazzarsi. Il concetto fondamentale intorno a cui ruota il libro è quello di amae, concetto, rileva Takeo Doi, tipico della cultura giapponese ma intraducibile e assente nel mondo occidentale. L'esempio più pregnante di amae è quello dei rapporto che il bambino instaura con la madre dal primo anno di vita: Il bambino incomincia a vedere la madre come un qualcosa di separato da sé ma anche come un qualcuno che gli è indispensabile. La traduzione di amae potrebbe avvicinarsi al concetto di “dipendenza": dipendenza affettiva o, in termini psicoanalitici, "amore passivo di oggetto” che contraddistingue la natura specifica della società e della cultura giapponese. Un altro esempio tipico di amae riguarda la figura dell’Imperatore."L'imperatore si aspetta che quanti lo circondano sì occupino di ogni cosa, compreso, ovviamente, il governo dei paese. Per un verso egli dipende completamente da loro, ma dal punto di vista gerarchico è superiore a tutti. Quanto a dipendenza, non è diverso da un lattante, e tuttavia il suo è il rango più elevato del paese - prova innegabile dei rispetto accordato in Giappone alla dipendenza infantile." La dipendenza dal cibo è chiaramente collegata con il bisogno principale di tutti gli esseri viventi: il bisogno di alimentarsi per nutrirsi e sopravvivere. Questo bisogno naturale, fino a qualche tempo fa fu la maggior preoccupazione della maggior parte della popolazione mondiale fino al punto di mettere nelle preghiere la richiesta alla divinità “del pane quotidiano”. Ancora oggi nei paesi del terzo mondo, buona parte della popolazione muore letteralmente di fame. (Si calcola che nel mondo più di 1 miliardo e 300 milioni di persone (circa 1/3 della popolazione mondiale) ha un'alimentazione insufficiente. Secondo l'OMS, di questo 30% almeno 500 milioni non dispongono neppure di 1500 calorie il giorno, perciò soffrono di fame assoluta. Per non parlare del problema della sete. Le ultime ricerche fatte nel Terzo mondo indicano che in Africa circa il 75% della popolazione rurale non ha acqua potabile; in America latina sono il 77%; in Estremo oriente circa il 70%. In valori assoluti, sono più di 600 milioni le persone al mondo prive di acqua potabile). 

In occidente, dove il tenore di vita riesce a sfamare tutti (o quasi tutti) oggi sempre più si cerca di offrire agli altri, prima cha a se stessi, un’immagine fisica attraente o per lo meno gradevole, perciò si ricorre a ogni sorta di sacrifici. Ciò è spinto, direi anche condizionato, dalla continua pubblicità dei mass media sui metodi di dimagrimento, su come diventare sempre più belli, su come ringiovanire e non perdere i capelli. Questi modelli proposti (tra indossatrici e anoressiche), hanno portato per contro un paradossale incremento delle bulimie e quindi dei casi di obesità. Una delle tecniche più diffuse per valutare l’autopercezione consiste nel disegnare il proprio corpo a grandezza naturale su un gran foglio. Si è notato che naturalmente la tendenza a sopravvalutare la grandezza del proprio corpo è più elevata tra le ragazze anoressiche e bulimiche, ma questa tendenza, appare, pur se in misura inferiore, anche in ragazze che non manifestano sintomi di patologia alimentare. Spesso in molte ragazze, ma ormai anche in molti ragazzi, appare un timore fobico di avere una deformità in qualche parte del corpo (dismorfofobia), sindrome che potrebbe collocarsi tra un’ipocondria estetica e una fobia sociale. Ma la cibomania vera e propria si esprime con la sindrome della Bulimia, questa fame smisurata e incontrollabile che comporta l’ingestione veloce di una gran quantità di cibo (qualcuno in un giorno può, talvolta, arrivare ad ingerire cibo per l’equivalente di più di ventimila calorie), che altro può essere se non un disperato tentativo di riempire i propri vuoti affettivi, la propria solitudine, la riconquista rabbiosa di un cibo affettivo che evidentemente non è stato erogato a sufficienza e che si placa solo quando inizia il mal di pancia, quindi il relativo pentimento con il senso di colpa per la paura di ingrassare…..La dipendenza dalle parole è diventata molto ricorrente nella società contemporanea. E’ pur vero che “In principio era il verbo” dove verbo-Logos va inteso come ragione e parola che si pone come pensiero universale. Ma poi si presuppone che il pensiero possa prendere corpo cioè si possa incarnare nelle nostre belle individualità. In certe casi e in certe situazioni, sembra che le parole non bastino mai, quindi siamo sempre più sommersi di parole, ce ne lamentiamo e aumentiamo ancora di più questo flusso inarrestabile che nel tentativo di comunicare meglio, esprime, alla fine, un sordo rumore ed aumenta la confusione.Chiaramente ci sono molti distinguo. Alcune parole (molte) servono da riempitivo, come sottofondo per accompagnare qualcuno che si sente solo e dipendente: molti comizi, la pubblicità, molte trasmissioni televisive e radiofoniche di intrattenimento, i talk show, le condoglianze, gli auguri, i gossip e tutti i pettegolezzi anche quelli che sembrano più seri, hanno riempito tutti i nostri silenzi….Alcuni parlano con tale autocompiacimento e con un atteggiamento da “che ne puoi sapere tu di queste cose!” che non resta più spazio per l’interlocutore. Altri parlano continuamente senza ascoltare l’altro. Ho avuto una paziente che veniva da lontano (in tutti i sensi) che ad ogni seduta raccontava la stessa storia. Si sentiva perseguitata, dalla famiglia, dai colleghi,
dalla società. Ogni volta raccontava la stessa storia e non voleva essere interrotta per nessuna ragione. All’inizio di una seduta le io dissi ascolti quello che le devo dire e le raccontai la sua storia mettendo me come protagonista, poi le chiesi: forse lei mi può dare qualche consiglio? Lei rispose: “No la sua storia è del tutto diversa dalla mia” e prese a raccontare per l’ennesima volta la sua storia. Un’altra volta le dissi: la prossima volta forse lei potrebbe stare tutto il tempo in silenzio. Ma non ci fu per molto tempo una prossima volta, poiché sparì per tre mesi, poi mi richiamo per dirmi: ”dottore posso tornare per raccontarle la mia storia?”. Secondo una recente scoperta del Politecnico Rensslaer di Troy (New York) esiste una malattia chiamata CAD (Communication
Addiction Disorder) che negli Stati Uniti colpisce il 16% della popolazione e si manifesta con una vera e propria ossessione che porta a chiacchierare incessantemente. Questa sindrome che colpisce maggiormente le donne sembra che si manifesti attraverso questa necessità di parlare in maniera apparentemente incontrollabile. La mancata possibilità di soddisfare questo gran bisogno di parlare comporta sintomi tipici di "crisi di astinenza" simili a quelle da alcool, fumo e ogni altro tipo di dipendenza, droghe e internet incluse: nervosismo, ansia, depressione, nausea e mal di testa. Sembra anche accertato che questa sindrome colpisca prevalentemente le donne (almeno il doppio degli uomini) e tutti i malati abbiano in comune l'evidente tendenza a non riconoscere il proprio stato e a proiettare su chi li accusa "ingiustamente" di parlare troppo la propria nevrosi.
La teledipendenza è, in qualche modo, legata alla dipendenza dalle parole e dalle immagini per distrarsi da qualcosa che ci tormenta o addirittura per apprendere dei modelli per essere più accettati nella società in cui si vive. Quest’ambiguità tra l’informare e l’intrattenere rende la televisione uno strumento utile e pericoloso nello stesso tempo proprio per l’immenso potere che caratterizza la comunicazione a senso unico del messaggio televisivo. I due canali sensoriali attraverso cui si diffonde la TV (la vista e l’udito) può comportare, soprattutto se gli utenti non hanno ancora una piena maturità (i ragazzi e i giovani), per esempio, sia siano isolati sia socializzati, una totale soggiogazione dell’individuo che usa il mezzo ma, spesso n’è a sua volta usato. A tal proposito Karl R. Popper ha scritto: “Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto.” 

L’alcoldipendenza, cioè il non poter fare a meno di bevande alcoliche (dipendenza antichissima) che in certi casi, inizialmente può aiutare le persone timide e solitarie a socializzare, è il classico “latte avvelenato” che con l’illusione di scoprire il paradiso fa precipitare in un inferno da cui è difficile uscirne senza danni a se stessi e, di solito, anche agli altri. Un bicchiere di vino. Che bello! Un modo come un altro per scacciare l’infelicità e/o i vuoti affettivi, sfidando l’alcol per dimostrare la propria superiorità nel controllo e, inesorabilmente, spesso soccombere, diventando più infelice, più confuso e per sentirsi, alla fine, un fallito.
Il carattere orale e quello in genere che determina le dipendenze orali, bere, mangiare eccessivamente, fumare etc., riguarda un soggetto generalmente passivo, dipendente, che ha paura di perdere l'amore o l'attenzione delle persone, questo lo rende deluso, insoddisfatto, insofferente anche ai piccoli accadimenti, avido nei rapporti interpersonali. 

La dipendenza da lavoro è in continuo aumento nella società contemporanea. Da sempre il lavoro è stato il centro dell’attenzione dell’uomo. Anche se oggi si lavora di meno di due secoli fa, attualmente lo stress è molto superiore anche se la situazione è variabile, secondo il motivo dello stress collegato con il tipo di attività. Quindi per gli operai che lavorano in aziende a rischio lo stressor potrà essere l’ansia e il timore di incidenti, mentre per lavori ripetitivi può essere la noia, per i giornalisti di cronaca la fretta, per le casalinghe la solitudine, per i medici e gli psicologi la responsabilità, per i dirigenti in carriera la competizione, per gli artisti l’ispirazione. Naturalmente lo stress aumenta considerevolmente per tutte le categorie elencate (anche per altre) se i lavoratori sono iperambiziosi e ipercompetitivi, cioè persone che dedicano quasi tutte le proprie energie al lavoro. Senza arrivare al Karoshi giapponese, cioè alla morte provocata da un eccesso di lavoro vissuto come imposizione, molte persone diventano lavorodipendenti per colmare la propria aridità affettiva e la propria povertà emozionale. S’illudono che avendo più successo, più soldi e più potere, possano essere più accettati e acclamati dagli altri. 
La dipendenza da lavoro comporta, in genere, l’acquisizione di vari disturbi e malattie (al di la di quelle specificamente professionali, le tecnopatie) che possono andare da un’ansietà e un’inquietudine con vuoti di memoria e tachicardia a un atteggiamento ipocondriaco, mal di testa cronico, insonnia, disturbi digestivi, anoressia, infarto, etc., ma può creare anche altri disagi relazionali, come comportamenti vessatori e calunnie verso colleghi e dipendenti, con comportamenti paranoici in cui ci si sente perseguitati da tutti, quindi si perseguita tutti: in altre parole il Mobbing. Ma una forma particolare di lavorodipendenza è la psicopatologia del successo. 

Molti individui non si rassegnano a perdere potere e visibilità. Ciò succede quando alcune persone diventano velocemente famosi ma poi improvvisamente cadono in disgrazia perché il pubblico e/o i seguaci non li seguono più. Quindi per non affrontare l’abbandono e la conseguente sensazione di solitudine spesso diventano alcolisti, tossicodipendenti, si ammalano gravemente e/o molto più direttamente si uccidono. Anticamente diventavano celebri pensatori, grandi artisti, scienziati, eroi; per diventarlo impiegavano, talvolta, tutta la vita, alcuni dovevano attendere di morire. Oggi basta qualche breve apparizione alla TV per diventare un mito da imitare, sia se il personaggio ci abbia mostrato come si lava durante qualche trasmissione voyeristica come “il grande fratello”, sia che abbia espresso qualche battuta, non necessariamente intelligente, in un talk show. Ma come è facile salire è ancora più facile scendere improvvisamente in caduta libera. Questa “caduta degli dei” è sempre più frequente. I mass media non fanno quasi in tempo a glorificarli che debbono con lo stesso ritmo costatarne la psicopatologia del successo, per la perdita del medesimo o per il livello di incompetenza che avevano raggiunto grazie al cambiamento repentino dell’esistenza e del ruolo sociale. I sintomi conseguenti possono essere disturbi della personalità, reazioni infantili, aggressività isteriche e immotivate, disagi psicosomatici, polidipendenza, depressione, infarto.
Una categoria particolare di dipendenza sono i codipendenti. Sono persone che pensando di colmare la propria solitudine, cercano in tutti i modi di aiutare gli altri diventandone, quindi, dipendenti e instaurando nell’altro una dipendenza.
Le caratteristiche più conosciute del codipendente sono:
1) credersi responsabili, nel bene e nel male, per gli altri
2) pensare di soffrire e provare il disagio che provano gli altri
3) sentirsi costretti ad intervenire per assistere qualcuno che non lo richiede
4) entrare in crisi quanto l’aiuto offerto sembra inefficace
5) cercare di anticipare i bisogni altrui
6) avere molta difficoltà a dire di no a qualcuno
7) non sapere realmente cosa si vuole
8) cercare di accontentare sempre prima gli altri
9) negare i propri pensieri ed emozioni per timore di essere se stessi
10) cercare di fare di tutto per diventare indispensabili 

Naturalmente tutto questo crea scontentezza e aumenta l’insoddisfazione verso se stessi, essendo costretti a cercare la felicità fuori di sé e incentrare la propria vita su qualcun altro. Io credo che molti si riconosceranno in questo quadro o riconosceranno qualche parente o qualche amico. Attenzione qualcuno di questi potrebbe essere pericoloso per sé e per gli altri anche perché sono individui che non riescono a incontrare veramente qualcuno poiché non sono consapevoli di chi sono veramente. Il problema si può aggravare se qualche codipendente sceglie una professione d’aiuto (medico, psicologo, assistente sociale, etc), potrebbe farne un’arma micidiale contro gli utenti e alla fine anche contro se stesso. Le poesie, i racconti rosa, le favole, le canzoni, i film, le soap operas televisive sono un continuo inno allo stare insieme in questo modo, quindi molti sono condizionati da questi modelli. Molte persone vivono in coppia in modo codipendente. Alcune donne che hanno dedicato tutte se stesse al proprio uomo e magari glielo rimproverano continuamente, non rendendosi conto che hanno semplicemente seguito un loro bisogno compulsivo di dedicare la vita a qualcuno in modo simbiotico per coprire il loro vuoto, la loro solitudine esistenziale e la loro disperazione al pensiero di un abbandono. Ma la dipendenza coatta non è prerogativa soltanto delle donne, in questi ultimi decenni i ruoli si sono avvicinati e molti uomini temono l’indipendenza e l’autonomia. Spesso troviamo atteggiamenti di codipendenza anche in
molte madri che non vorrebbero mai far crescere veramente i propri figli ma continuare in una simbiosi perinatale che potrà costruire nei giovani un forte senso di solitudine in caso di distacco. Oggi è facile trovare dei ragazzi trentacinquenni che vivono in famiglia senza nessun progetto di una vita autonoma. Per queste madri e anche per alcuni padri sarebbe utile la risposta del “Profeta” di Kahlil Gibran a una madre che gli chiede di parlare dei figli:

I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie dell’ardore
che la vita ha per se stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
e benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro nome ma non i vostri pensieri,
poiché essi hanno i loro pensieri.
Potete dar ricetto ai loro corpi ma non alle loro anime,
poiché le loro anime dimorano nella casa di domani,
che neppure in sogno vi è concesso di visitare.
Potete sforzarvi di essere simili a loro,
ma non cercate di rendere essi simili a voi.
Poiché la vita non va mai indietro né indugia con l’ieri.
Voi siete gli archi da cui i vostri figli
come frecce vive sono scoccate.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi piega e vi flette con la sua forza
perché le sue frecce vadano veloci e lontane.
Fate che sia gioioso e lieto questo vostro
esser piegati dalla mano dell’arciere:
Poiché come ama la freccia che scaglia,
così egli ama anche l’arco che è saldo.


- I Paradossi della solitudine
Il sentimento di solitudine, comportando, in genere, disagio, è uno dei fenomeni meno studiati e conosciuti dalla maggior parte della gente, poiché comporta una profonda analisi di se che in questa società veloce sta diventando sempre più difficile. Molti esperimentano la solitudine quando si percepiscono isolati, disconnessi e alienati dal mondo che li circonda; ciò può durare qualche ora, qualche giorno (se si è in un posto sconosciuto molto diverso dalla propria civiltà) qualche mese o più, se la persona ha subito un grave lutto, una catastrofe, un disagio da cui non riesce a venir fuori. Ci sono dei sintomi spesso correlati a questo sentimento che si manifestano in persone depresse o che vivono ai margini della società:

distanza fisica dal gruppo di riferimento e dai gruppi in genere
scarsissimo contatto oculare con gli altri
laconiche risposte se si è interpellati
difficoltà a concentrarsi
atteggiamento autolesionista
patologie alimentari
disturbi del sonno
poca attenzione all’igiene personale, etc

Ma, generalmente nella cosiddetta normalità si cerca di non soffermarsi su questo fenomeno o si cerca continuamente di prevenire la solitudine e/o distrarsi da essa, ma paradossalmente, proprio perciò si è sempre più minacciati da questo spauracchio.
Aristotele già afferma: “non possiamo contemplare noi stessi partendo da noi stessi, l’uomo che basta a se stesso avrà bisogno di un’amicizia per imparare a conoscersi”. Quest’apparente contraddizione è un paradosso utile a capire che essere autonomi non vuol dire rifiutare gli altri e/o chiudersi al sociale. Un altro paradosso riguardo al fenomeno solitudine è quello che riguarda i pazienti psichiatrici che hanno costruito con cura un preciso isolamento relazionale, ma specialmente nella vecchia psichiatria tradizionale al soggetto era, in qualche modo, prescritto un opportuno isolamento sia attraverso barriere architettoniche che attraverso contenzioni fisiche e/o chimiche per mezzo di farmaci che ottundevano il contatto con gli altri.
Questa “solitudine protetta” che riguarda da sempre la follia, non tralascia nemmeno i malati “normali” poiché le regole, gli orari, i rituali medici e sanitari, tendono in ogni modo ad isolare nella propria patologia (anche pazienti non infettivi), proprio quando i degenti hanno più bisogno di non perdere i contatti con le proprie relazioni abituali.
Ma chi non si è mai sentito solo? In vari modi un po’ tutti hanno conosciuto questa “compagna” anche se generalmente in qualche modo ciascuno costruisce le pareti della propria solitudine.
Naturalmente ciascuno ci mette i propri colori, i propri toni, i propri vissuti, il proprio modo di viverla o di negarla. Ma un altro paradosso è che negare la propria solitudine equivale a negare se stessi quindi per cercare di non soffrire si può entrare in uno strano spaesamento un non-luogo che rappresenta l’immagine più affascinante ma anche più drammatica della solitudine.
Ma è anche paradossale la vecchia storia riportata da Schopenauer che racconta come un gruppo di porcospini sentendo freddo si strinsero vicini vicini. Naturalmente subito si ritrassero sentendo le spine. Varie volte provarono ad avvicinarsi per poi ritrarsi finché non trovarono la giusta distanza per non morire di freddo e per non pungersi. Così più ci si vuole allontanare dalla propria storia più la si insegue, è un po’ come pensare di non pensare o vietare di vietare. Nel 1986 così ho introdotto il Congresso Internazionale sulla Solitudine:
“Nelle cartelle cliniche e nei quadri d’autore, nelle schede statistiche e nelle poesie, nei suicidi lenti con le droghe e nelle storie grigie di ogni giorno, c’è solitudine. Questa protagonista non è razzista, si addice a tutte le età e a tutti i popoli, non ha discriminanti sessuali, non predilige una stagione e nemmeno uno spazio nell’universo, più si combatte e più cresce, arrendersi ad essa ed esserne consapevoli, talvolta la trasforma in un Eden…” Mi ci ritrovo ancora in quello che ho detto allora.

Chiaramente ognuno si difende per le proprie modalità esistenziali e/o di sopravvivenza, perciò il sentimento d’abbandono e la solitudine condizionano in modo diverso le persone interferendo pesantemente sul carattere.
Il tipo bisognoso è caratterizzato da una forte oralità poiché è come se non fosse stato nutrito adeguatamente di cibo affettivo, quindi tende a non reggersi sulle proprie gambe e ha sempre bisogno di sostegno. Non se la cava mai da solo, è presente in lui un bisogno smodato di contatto per ricevere calore e sostegno. L’espressione dello sguardo è una richiesta continua di stargli vicino e non abbandonarlo, non fargli provare ancora una volta quello che sente che gli è stato portato via nell’infanzia. E’ come se chiedesse con insistenza una figura materna calda, sempre affettuosa che lo potesse comunque proteggere. Un tipo oppresso sarà pieno di sentimenti trattenuti, energie compresse che potrebbero esplodere ma si esprimono al massimo in un lamento. La tensione del soggetto è permanente poiché egli non riesce a liberarla, a liberarsi di ciò che custodisce dentro, perché il suo copione è fare il “bravo ragazzo ad ogni costo”, quindi ha sempre un atteggiamento sottomesso, ha difficoltà a dire di no agli altri, si assume responsabilità non dovute (complesso di Atlante che si porta sempre il mondo sulle spalle). La sua solitudine probabilmente è stata la trappola del troppo amore ma che con la scusa dell’amore è stato umiliato da piccolo, non riconoscendo più la differenza tra bisogni e desideri. C’è invece chi sente troppo forte l’orgoglio per piegarsi al livello degli altri, quindi irrigidisce il corpo, soprattutto il collo e la schiena, e piuttosto che sottomettersi preferirebbe morire. Spesso questo carattere è molto ambizioso e aggressivo, si sente spesso solo nella sua paura di non farcela e di scoprire i suoi punti deboli. Ha talvolta forti sentimenti ma preferisce non rischiare per non essere rifiutato quindi usa strategie seduttive indirette. C’è un personaggio dominante che cerca invece di negare ad ogni costo le emozioni e quindi il sentimento di solitudine. Questo tipo ha bisogno di controllare e spadroneggiare sugli altri, averli, in qualche modo in suo potere, o con la prepotenza o con la seduzione. E’ inutile dire che il vero piacere per costui è nella testa e non nel corpo. E’ più importante l’idea di dominare gli altri, manipolarli e controllarli, che quella di essere amati e di amare. Dominare per non essere dominato, quindi fare in modo che gli altri possano aver bisogno di lui per esorcizzare il suo profondo bisogno degli altri. E’ inutile parlare della solitudine del tipo dissociato, (ne parleremo ancora comunque) basti pensare che a causa di un trauma abbandonico, lo schizoide, il carattere privilegiato dalla solitudine, per non morire, si è dovuto costruire una realtà diversa, attraverso un’intensa vita fantastica, dissociandosi da una realtà per un’altra più accettabile, per sopravvivere. La freddezza di questo personaggio si struttura quasi come un comportamento mimetico che appartiene a molti animali. E’ come se volesse esprimere il messaggio paradossale:”io non ci sono e per dimostrarlo mi pietrifico, in modo che voi mi possiate ignorare!”. Infatti il suo sguardo vaga lontano, fisso, assente e indifferente, lontano da tutti, fuori dal mondo come se non avesse niente da condividere con gli altri.
Ma vogliamo parlare di come viviamo normalmente la solitudine? Io finirei qui iniziando con un altro paradosso (uno tira l’altro):
La solitudine è un deserto troppo abitato. Abitato da chi? Da che? Ma dalle parole per esempio.
Quanti di voi si sono sentiti in un deserto quando si sono trovati in mezzo a delle parole, tante parole, per esempio, nei Congressi succede spesso questo, molte persone parlano, altre ascoltano e le parole sono un sottofondo in fondo non troppo musicale e tutto diventa una specie di doveroso rito psico-bio-logico in cui ci sono degli ossequianti (chi parla e chi ascolta) da una parte e dall'altra, tutti ossequiano queste parole. L'uomo ha la parola e attraverso questa riesce a dire cose così sofisticate da non capirci più nulla alla fine e allora si scrivono libri sulla semantica e sull'epistemologia, la confusione aumenta e la solitudine con essa. Quanti di voi si sono sentiti soli quando non riuscivano a comunicare; ma del resto ci sono situazioni in cui uno sceglie di non comunicare con gli altri, è un contratto chiaro "io non voglio avere niente a che fare con te" questa è comunque una proposta di rapporto e di definizione di esso. Chi è stato nel deserto forse può avere un'idea di che cosa sia la mancanza di un interlocutore, chi è stato da solo in mezzo al mare forse potrà capire meglio cosa vuol dire scegliere una via senza compagni: questa è la solitudine che si sceglie. Quella che non si sceglie.... eccola! E' disponibile per tutti.
Spesso conosciamo delle persone non perché ci abbiano parlato ma perché le abbiamo viste tante volte, questi "sconosciuti conosciuti" ti riempiono la vita; dal venditore ambulante all'autista dell'autobus o al passante e ci immaginiamo (forse fantasticando), ci chiediamo che cosa ci sarà dentro quel corpo, chissà se è un corpo abitato o disabitato, magari un robot vestito da uomo. Noi siamo abituati a vestirci anche troppo, in realtà vediamo in una persona il viso e le mani, il viso è facilmente mascherabile, le mani possono essere calzate da guanti e tutta la vista del corpo ci sfugge, solo al mare d'estate vediamo il corpo e allora una persona che immaginavamo in un modo, talvolta ci appare totalmente diversa. Ci sono corpi pieni di vita, di colore ma altri sono grigi senza energia. Questi corpi sono pieni di solitudine, solitudine che si può vedere nelle parti più fredde e più grigie, parti che evidentemente sono state maltrattate da molto tempo. Molte persone sono quasi costrette a non avere un contatto immediato con la realtà (la terra), difficilmente le persone nella nostra società vanno in giro a piedi nudi sia per problemi di costume sia perché il piede deve essere protetto dalla sporcizia delle città e talvolta dal freddo. Così in genere ci si veste più guardando il calendario che la temperatura effettiva, più per moda che per bisogno sentito. Coprire i piedi, coprire il corpo, coprire la nostra espressione. Come fare allora a mostrare la nostra possibilità espressiva? Ci sono mille sistemi ognuno ha il suo. Quando una persona sembra vuota basta una piccola espressione del viso per capire che dietro c'è un uomo. Ci sono tanti sistemi per provocare le persone; provocare che cosa? La rabbia, l'aggressività, l’amore, la sensibilità, la solitudine? Molte persone sono portate a fare attività di vario tipo, anzi più uno fa e più è positivo, questa è l'idea corrente. Io sono molto sospettoso delle persone che fanno molte cose (me compreso), sono spesso persone che non vogliono vedere i propri intervalli. Che cos'e' l'intervallo? E' una vallata tra due montagne. Tutti vogliono andare sulla cima delle montagne e si sentono frustrati quando non possono andarci. La vallata rappresenta una zona d'ombra, tante volte è un'attesa, un riposo. Talvolta è il contrario dell'azione: una non-azione. Penso, invece, che la vallata sia la realtà di una vita consapevole.
L'intervallo è lo specchio delle cose, non è un buco nero ma un buco così abbagliante che ci fa paura, molti di noi coprono questi buchi tanto per passare oltre l'abisso e passo dopo passo, si arriva al momento dove uno non sa dove sta andando e soprattutto come. Fare qualcosa comunque, è la parola d'ordine, riempire gli spazi del tempo, camminare, andare avanti, inseguendo qualcosa, un fantasma, l'infinito......il fantasma dell'infinito. Se fai due o tre passi poi per forza d'inerzia sarà molto difficile arrestarsi e quindi, per abbrivio, si continuano a compiere azioni non consapevoli, senza fine, fino alla fine. E' difficile immaginare l'infinito, pensiamo all'infinito, a che cosa lo possiamo paragonare, ad una cosa che non ha fine e ad una cosa che non ha inizio. Questo è l'intervallo. Proviamo a pensare a che cosa c'è tra un battito e l'altro del cuore e che cosa ci potrebbe essere se non ci fosse il tempo. Questa solitudine di cui stiamo parlando che altro potrebbe essere se non la paura dell'intervallo, la paura della vita. Noi viviamo ogni giorno di situazioni ipnotiche, ogni giorno ci lasciamo condizionare la vita dall'abitudine, facciamo in genere quello che ci si aspetta da noi; questa vita ipnotica copre l'intervallo ogni giorno, questa città copre l'intervallo.
Come rivoluzionare la possibilità di vedere la propria solitudine, il proprio intervallo? STOP
Così per esempio, fare lo "stop" quando uno meno se lo aspetta, fare un auto-stop cioè fermarsi bruscamente quando non si è più convinti di continuare.
Se qualcuno ci fa uno Stop al di fuori di noi,non ce lo aspettiamo e rimaniamo sorpresi. Ma come facciamo a farcela da soli.? Una possibilità per fermarci; è molto più difficile fermarsi che continuare e allora le cose continuano ad andare.... Si fanno conferenze sulla solitudine, si fa il congresso di come fare i congressi, si boicottano i congressi e così tutti questi impegni ci aiutano a coprire,….. il vuoto. Che cos'e' la solitudine? In realtà ci sono mille risposte, ognuno ha la sua risposta, ha la sua solitudine disabitata o troppo affollata, probabilmente tutto questo ha il senso di confrontare questi deserti o questi vissuti. Andava di moda molti secoli fa ritirarsi nel deserto e meditare, (c'e' ancora qualcuno che lo fa) e quando passavano gli anni queste persone riuscivano a far sparire il proprio ego e a fonderlo con qualcosa che c'era intorno a loro; il proprio ego si spingeva nel deserto e diventava deserto. Quella era l'origine dell'egoismo. Il contrario dell'egoismo è l'egocentrismo, cioè una specie di delirio di onnipotenza che ci convince di essere al centro dell'universo . Io penso che in ognuno di noi ci siano delle caverne sfruttabili, ognuno di noi può incontrare delle realtà che in un primo momento ha rifiutato, non si sa bene perché, magari perché ha i capelli lunghi o perché li ha troppo corti.... In realtà le "scuse" sono le proprie motivazioni a vivere socialmente, senza dimenticare che, talvolta, i troppi riferimenti sociali sono la medaglia opposta ai propri desideri. Quando uno non è consapevole di questo, confonde spesso i propri desideri e i propri bisogni e allora quando non si sa cosa si vuole veramente probabilmente si diventa sempre più dipendente dalla paura della propria solitudine. Due persone si incontrano, si salutano, lo fanno spesso soltanto per abitudine. Questa incomunicabilità comunicabile fa parte della struttura esistenziale in cui viviamo. Come disabitare il nostro deserto? Noi aumentiamo giorno dopo giorno la nostra voglia di avere, noi ci riempiamo di molte cose, cerchiamo di avere più denaro e più occasioni per apparire, più lo facciamo e più ci rendiamo conto che abbiamo paura di non esistere, quante volte ci è successo....
Quando una persona comincia ad entrare nella propria solitudine tutte le cose della vita sembrano importanti, la morte la malattia, l'abbandono, i desideri; quando una persona invece lotta contro la solitudine allora, spesso, succede una situazione ossessiva e più si lotta e più si entra in un abisso, in quella spirale da cui è difficile uscire. Noi abbiamo le mani, abbiamo gli occhi, i sensi, ma come usiamo i nostri sensi, le nostre mani, il nostro sguardo? Pensiamoci un attimo in questo momento.... come guardiamo gli altri, come ci trasformiamo a secondo di chi ci guarda, come paradossalmente recitiamo di essere quello che siamo. Le nostre mani in genere le usiamo per fare delle cose: scrivere, gesticolare, carezzare, picchiare, moltissime persone non usano quasi mai le mani oppure le usano in modo esiguo, molte persone usano pochissimo anche le gambe, il corpo ha sempre meno messaggi ed è sempre meno sensibile. Proviamo tutti a fare tre lunghi respiri.....Qualcuno lo fa, qualcuno non lo fa perché pensa che sia una cosa che sa fare.... Io mi rendo conto col mio lavoro che la maggior parte delle persone respira male e in modo molto superficiale perché meno si respira e meno si sente, meno si sente e meno si sente paura e meno ci spaventa la solitudine.
Quando noi siamo molto infervorati e ci eccitiamo fisicamente, anche se ce l'abbiamo con qualcuno, è difficile che ci sentiamo soli, ma quando siamo troppo razionali e spacchiamo il capello in quattro allora diventiamo morti nel corpo; siamo tutti nella testa, il nostro corpo non è più corrispondente a quello che noi vogliamo esprimere. Se cominciamo adire addio per sempre a qualcuno, cominciamo a dire addio a quelle parti di noi che sono vecchi cadaveri putrefatti, lasciamo spazi alla parte viva dentro di noi anche se non è facile capire quali siano queste parti vive.
Ci viene in mente in questo momento quale sia la parte viva dentro di noi? Vorremmo offrirla a qualcuno? I nostri occhi, le nostre mani (ma probabilmente abbiamo le mani fredde in questo momento). Come cominciare a comunicare la nostra solitudine, come dare il proprio deserto a qualcun altro, come dire "prego si accomodi, c'e' posto anche per te".Sembra strano ma, talvolta, abbiamo bisogno di avere le distanze, almeno all'inizio: "Prego si accomodi"...................... Noi diamo del Lei a molte situazioni della nostra vita....... spesso diamo del Lei a noi stessi perché non ci vogliamo rendere conto che, tutto sommato, ci conosciamo e allora facciamo finta di essere il nostro io ideale "Antonio deve essere per forza positivo" e così recitiamo la nostra parte, spesso senza farci posto dentro. Non è facile fare la rivoluzione, noi facciamo più rivolte che rivoluzioni. La rivolta è un rivoltare, è un movimento ma non è un processo, per fare la rivoluzione bisogna essere rivoluzionari. Per essere rivoluzionari bisogna arrendersi "all'intervallo del presente". Come fare la rivoluzione sulla nostra solitudine, come disabitare il proprio deserto. Adesso sto chiedendo quanto tempo ho ancora, mi si risponde un quarto d'ora. E' il sentimento del tempo che ci accompagna continuamente e che struttura la nostra vita dalla nascita alla morte. Proviamo ad immaginare che da qui a una settimana non abbiamo più impegni, che il nostro orologio è fermo, si sono rotte le lancette del tempo, che cosa faremmo della nostra vita. Come fare senza tempo? Per incontrarsi molte persone non hanno avuto tempo, altre ci hanno inseguito, continuamente. Non trovare il tempo per la solitudine vuol dire non trovare tempo per se stessi. Molti di noi la scelgono e non riescono ad entrarci, molti fanno una performance, una impresa sportiva e narcisistica, ma non sono entrati nella propria solitudine. Il bambino che muore di freddo e fame, il ministro, la casalinga, lo psicologo, ognuno a suo modo cerca di entrarci o di uscirci e spesso non ci riesce rimane immobile e sta lì ad aspettare. L'ombra di un uomo davanti alla porta aperta della solitudine; oltre la porta: tutto e niente, nessun colore, tutti i colori dell'arcobaleno; un uomo ha davanti a se questo mondo meraviglioso però non si decide ad entrarci, c'è la sua ombra ma lui non c'è, aspetta, aspetta, così tanto che alla fine probabilmente rischia di morire aspettando. Perché si aspetta. Questa porta è quella che tutti conosciamo quando bussiamo e nessuno ci apre, quando aspettiamo che si apra per vedere ciò che vogliamo vedere. Questa porta aperta la vogliamo chiudere noi quando rimandiamo questo incontro con noi e con altro da noi. Spesso mi è capitato di pensare alcune cose di certe persone e dopo qualche tempo queste persone mi hanno detto quello che io ho pensato. Questo probabilmente è un contatto con questa verifica. Proviamo invece a bussare energicamente a questa porta. Noi stiamo dall'altra parte, vi ricordate Sartre? "La porta chiusa" è l'inferno e noi stiamo dentro, vogliamo uscire, ma ne abbiamo anche paura. Ci si affeziona anche ai propri inferni, alle proprie malattie, alle paure.... Non c'e' una chiave per questa porta perché basta spingerla, proviamo a spingere questa ombra e farla precipitare, avremmo il vuoto e vedremmo che è il vuoto che ci spaventa. Appena nasciamo noi non vediamo, solo dopo qualche mese scorgiamo le figure umane e allora percepiamo l'ambiente, ma se non vediamo, sentiamo, e allora questo sentimento si struttura pian piano e ci crea una possibilità di contatto con l'interno. Quando l'individuo muore accade la stessa cosa, invecchia, ci vede sempre meno e poi gli rimane il sentimento attutito di tutte le sensazioni che ha vissuto e alla fine rientra nel suo mistero. L'individuo è solo: non si può dividere perché è unico, irripetibile, irriproducibile così com'è. Per riprodursi deve cambiare, per rinascere deve cambiare, per morire deve cambiare.Come fare a dire no, a dire si. E' difficile che qualcuno di noi sappia dire veramente NO e veramente SI. E' difficile che si sappia sciogliere questa ambiguità, come le ridondanze, i ministeri, gli uffici, le burocrazie che sono le istituzioni di solitudine che non ci danno la possibilità di essere creativi. Pensiamo alla "città del sole" di Tommaso Campanella. Io spero che ognuno di noi abbia la sua città del sole, nel cuore. Come ce la immagineremmo? Che tipo di organizzazione sociale le daremmo? Che tipo di contatto sociale noi vorremmo, come in questo paese o uno nuovo da inventare? Se avessimo una bacchetta magica che tipo di città del sole, che tipo di solitudine vorremmo?Come disabitare il proprio deserto? Come riempirlo ancora di vuoti? Come convivere con l'intervallo dopo aver incontrato il Drammautogeno (cioè l'essenza spontanea delle nostre azioni)? Come arrendersi al cambiamento e specchiarsi nella propria solitudine?.....
Continuiamo pure a farci mille domande l'importante è non trovare mai una risposta a niente... dalla solitudine .......alla solitudine. Ma c’è una particolare dipendenza dalla solitudine, e, naturalmente, una solitudine della dipendenza, più che un paradosso mi sembra una follia.
L'importanza per ognuno di riconoscere la propria solitudine e di esserne consapevole, è quasi sempre sottovalutata; in realtà le fughe da essa, spesso, conducono in una profonda alienazione.Una persona che si abbandona e si arrende alla propria solitudine, risulterà senz'altro cambiata da questa profonda esperienza, perché non potrà rimanere immutata e inerte a lungo. Lasciarsi naturalmente cambiare..... fa paura; abbandonare degli schemi, delle malattie, delle situazioni, ci fa sentire squilibrati e soli..... Spesso la nostra follia ci fa accontentare di pseudo-amori, pseudo-conoscenze, pseudo-esperienze..... tutto per non abbandonarsi, non dimenticare di controllare tutto, anche la nostra capacità di farlo; siamo dipendenti dal controllo degli altri e dal controllo sugli altri. Si può dire che solitudine, follia e dipendenza sono l'essenza dell'attuale contesto sociale.
L'ansia per la solitudine deriva da una separazione da quello che uno è realmente e ciò che pretende di essere, quindi da una scissione tra due parti dell'uomo; in fondo una specie di tradimento della sua natura e delle sue emozioni. Alexander Lowen, parlando del tradimento del corpo, descrisse molto bene il carattere schizoide di alcune persone, illustrando come spesso i bisogni del corpo sono svalutati e traditi dalle difese razionali della mente che cerca di fare di tutto per non sentire le emozioni.
Il risultato spesso è un corpo freddo, grigio, con poca vitalità, rigido, statico, pieno di morte. Talvolta quanto più la mente è sensibile tanto più il corpo è corazzato, quanto più il pensiero è creativo tanto più il corpo è bloccato, quanto più la mente spazia, tanto più il corpo è immobile. Il corpo "rimane solo" perché è considerato soltanto un oggetto dell'ego e allora chi ha paura di perdere il controllo e la razionalità ha paura anche dell'amore e dell'orgasmo. Il timore di non trattenere più le emozioni (le lacrime, le urla, il piacere profondo, la follia, ecc.) rende allora molti individui inabili a muoversi e persino a respirare. La paura della propria follia crea, paradossalmente degli atteggiamenti folli. In definitiva l'atteggiamento delle persone che si barricano sempre più nelle proprie case (l'ho visto in moltissime città del mondo) corrisponde spesso al barricarsi sempre più nei propri corpi. La paura di essere dipendenti dagli altri crea delle dipendenze ancora maggiori da oggetti, sostanze, farmaci; perciò molti preferiscono essere dipendenti e intossicati con psicofarmaci piuttosto che cercare di vedere ed affrontare la propria solitudine e le proprie dipendenze. Piuttosto che chiedere ed esprimere affetto e amore (o odio e aggressività) si preferisce riempirsi di cibo, di alcool e di farmaci, di sigarette, di giochi compulsivi di lavoro eccessivo, cercando di scotomizzare così i propri vuoti. Talvolta invece i "contatti vuoti" della solitudine colorano con particolari tinte la produzione di un artista:

I'm nobody . Who are you?
Are you nobody too?
Then there's a pair of us - don't tell!
They'd banish us, you know
How public, like a frog
To tell your name the livelong day
To an admiring bog!

Così scrive Emily Dickinson nel secolo scorso negli U.S.A., ma forse in qualsiasi secolo e in qualsiasi posto pieno di solitudine si possono esprimere questi concetti sull'esistenza solitaria, anche se non tutti riescono a costruire un’opera d’arte dalla propria solitudine, con la scusa di un amore sfortunato che condizionò la poetessa a rimanere un quarto di secolo chiusa in casa. Ma tutti i tempi e i luoghi sono buoni per sentire la solitudine. Durante la costruzione delle piramidi e nella navigazione per scoprire l'America, nelle storie bibliche o nei voli spaziali. C'è chi la sente al tramonto e chi appena si sveglia, c'è chi la sente nel deserto e chi in una spiaggia affollata, quando scala le montagne o quando esplora gli abissi marini, quando si parla o quando c'è silenzio, quando si fa l'amore o quando si cerca amore, quando si combatte per un'idea o quando si fa il proprio "dovere"; quando si cerca di farsi considerare pazzo o quando la follia costringe pian piano a vivere in un certo modo. Un'estrema e raffinata solitudine è altresì quella di prendere le distanze dalla follia degli altri cercando di definirla come fanno ancora oggi molti psichiatri. Questa abitudine è antichissima. Voltaire, nel suo dizionario filosofo ce la ricorda così:
"Mi dispiace per Ippocrate che egli abbia prescritto sangue d'asino per la follia, e ancor più mi dispiace che il Manuale delle Dame dica che si guarisce dalla follia quando si prende la rogna. Sono ricette assai curiose: sembrano inventate dai malati stessi". Molti comportamenti, del resto, pur tinteggiandosi di quotidianità sono effettivamente folli. Ogni giorno, o quasi, s'incontrano delle persone che abbiamo già visto che sa da quanto tempo; magari abbiamo fatto anche delle fantasie su di loro, ma non li conosciamo, non abbiamo mai parlato insieme.Quanti "estranei conosciuti" incontriamo negli autobus, sui treni, girando nel nostro quartiere e li trattiamo come elementi che appartengono all'ambiente piuttosto che come individui, tant'è che stentiamo a riconoscerli quando non sono inseriti nel contesto abituale. Questo tipo di isolamento sociale è specialmente diffuso nelle grandi città dove moltissimi individui scelgono di vivere spesso per sentirsi più "al centro" quindi meno emarginati, quindi meno soli. In realtà quello che si vede nelle metropoli è un tentativo continuo di sfuggire al contatto con gli altri. L'atteggiamento prossemico delle persone evidenzia una ricerca di un proprio spazio e un tentativo di difenderlo da eventuali invasioni da parte di estranei. Il fatto di avere degli atteggiamenti molto diversi, secondo se si è in pubblico o nella propria casa, porta a costruirsi uno splitting culturale che determina anche una frammentazione psicologica. Allora, in questa cultura schizoide, ben si innesta l'uso smodato del telefono che non si usa più tanto per imprevisti o per affari urgenti ma per instaurare un tipo di comunicazione verbale in cui il corpo è totalmente assente. A questo si aggancia l'uso eccessivo (specialmente in Italia) del telefonino, degli SMS, dei saluti e delle "dediche" attraverso le radio private; questa illusione di non essere soli, tanto c'è sempre qualcuno che ci può ascoltare mediante le onde radio, si è così sviluppata che ci sono intere trasmissioni dedicate esclusivamente a questo: è come dire continuamente "ciao" o "hellò!" e poi non saper più cosa dire se non di nuovo "ciao" o "hellò!". Ricordiamoci il film di Nanni Moretti "Ecce Bombo" dove il gruppo coeso dei giovani trascorre interminabili momenti a salutarsi per poi decidere all'unanimità di andare tutti da un amico morto da tempo. Questa strana ombra che si chiama solitudine accompagna sempre la vita di uomini e animali (per questi ultimi basta rivedere le reazioni dei piccoli macachi durante la separazione dalla madre descritta dagli Harow) in moltissimi espressioni quotidiane dell'esistenza. Dalle arti figurative alla filosofia, dalla letteratura alla musica, dalla storia alla politica, dalla psicopatologia alla medicina psicosomatica, dalla sociologia alla antropologia, dalla religione al misticismo.
Questo sentimento di solitudine e di abbandono può far provare le più disparate emozioni: dolore, terrore, noia, estasi, tristezza, paura, sbalordimento, apprensione, nostalgia, depressione, ecc., perdere l'oggetto di amore è un trauma spesso incancellabile poiché è un movimento legato a comportamenti istintivi, un’emozione. Come quando muore un uomo e gli altri comunicano con comportamenti evocativi e di commemorazione seguendo la bara come se fosse vivo, così un uccello a cui sono stati sottratti i piccoli continua, in un primo tempo, a portare il cibo nel nido per continuare a nutrirli. La solitudine non ha età, ma è facilitata e spesso è più definita e definitiva negli anziani. A questo proposito P. Townsed ha cercato di stabilire se il numero dei contatti sociali può determinare o no l'isolamento anziano. Senz'altro il numero può essere importante ma non è da considerare secondaria la qualità dei contatti, infatti molti individui sembrano vivere con estremo torpore un tipo di ambiente, mentre altrove riescono a trovare degli entusiasmi insospettabili (per esempio l'impiegato di una banca, nel suo ufficio può essere apatico e passivo mentre in una situazione "sentimentale" o allo stadio può manifestarsi con molta energia e intraprendenza). D'altro canto la solitudine nelle istituzioni è stata da sempre dimostrata (negli ospedali psichiatrici, nelle carceri, negli orfanotrofi, negli ospizi per vecchi, ma anche in alcuni luoghi di lavoro alienanti), poiché in questo settore c'è una specie di gioco dell'oca assistenziale dove è facile capitare in ghetti invivibili e sporchi o in situazioni così asettiche e "pulite" che sembra di essere già morti. Ma anche fuori delle istituzioni la solitudine intrappola tutti, specialmente l'anziano e rappresenta uno dei fattori che contribuiscono a modificare la personalità portando a forme depressive e a comportamenti aggressivi che generalmente si rivolgono contro se stessi e possono tradursi in suicidio. Esaminando l'incidenza dei ricoveri psichiatrici per classi di età si é notato che in Italia si ha un netto incremento dei ricoveri per malattie mentali con il procedere dell'età. Moltissime persone vivono incredibili disagi nella nostra società; disagi dovuti a cause obiettivamente ambientali, a costruzioni caratteriali squilibrate e/o a tutte e due le situazioni. Spesso è il "disagio della civiltà" che intrinsecamente o estrinsecamente crea difficoltà esistenziali a molti individui che, per superare ciò, si "affezionano" a oggetti, sostanze, abitudini da cui diventano, gradualmente, dipendenti.

Possono dipendere da farmaci prescritti e raccomandati dalle case farmaceutiche e dai medici, o da "ex farmaci" ormai "demonizzati" come gli oppiacei, da seni artificiali da cui succhiare fumo (sigarette, sigari, pipe) o da quantità smodate di cibo, dal giocare compulsivamente magari d'azzardo o dalla compagna bottiglia che eroga alcool, da un partito politico, una burocrazia, una religione, dalla televisione, da Internet, da messaggi e messaggini…..... La non volontà di sentirsi veramente e di essere consapevole, la follia sociale generalizzata mischiata di moda, costume, mass-media, costringe molte persone che non vogliono morire di solitudine a dipendere continuamente da qualcosa o da qualcuno scappando dalla libertà. L'anziano può dipendere dalla passeggiata nel parco, la lettura del giornale, la televisione; l'adolescente dal gruppo di riferimento cercando di seguire le mode consumistiche degli altri per non essere escluso; la casalinga dall'ossessione per la pulizia della casa; il manager dal proprio lavoro che riesce a "prenderlo completamente" e gli impedisce di chiedersi: chi sono?, lo schizofrenico dal suo mondo inanimato-animato in cui non subirà nessun rifiuto (gli oggetti non dicono di no) e non sentirà, di mano in mano, più niente; il tossicodipendente dalla sua droga preferita in cui si annega come in un mare profondo che lo abbraccia tutto e non lo lascia solo. E tutti gli altri?!.....
Tutti gli altri continuano a prendere gli ascensori, le metropolitane, a camminare nelle strade e a girare nei supermercati, mandando messaggi d'indifferenza reciproca e se, per caso, qualcuno cerca di comunicare di più è ritenuto nella migliori delle ipotesi un eccentrico nella peggiore un nemico o un folle. Eppure spesso la chiave di lettura di un messaggio è semplice, basta saperla vedere al di là delle muraglie difensive dell'individuo. A questo proposito Frieda Fromm - Reichman, per esempio, propone la tesi della "chiave della comunicazione" per entrare nell'isolamento di una giovane donna catatonica da tempo bloccata e chiusa a livello espressivo; ciò emerge quando la mano chiusa della paziente, soltanto con il pollice libero, è giustamente interpretata come sentimento di solitudine. Da allora, attraverso la comunicazione graduale con le dita, l'isolamento della donna viene pian piano infranto.
Sempre più, strano a dirsi, direttamente o indirettamente, si sceglie in questa nostra società, di vivere soli. Ma come si può capire il nostro rapporto con la solitudine? Vivendola in mille modi: stando insieme agli altri, analizzandosi, viaggiando da soli, partecipando a gruppi terapeutici, a gruppi d'incontro o a gruppi intensivi che possono aiutare a vedere insieme agli altri le strutturazioni di solitudine nascoste dentro e incrostate spesso di sovrastrutture emotive difensive molto antiche. Perciò dove c'e' sofferenza, amore, gioia e ogni altro tipo di emozione coinvolgente ci può essere una qualità di solitudine particolare. Quando non solo non si accetta, ma ci si lotta contro, ecco che fa capolino insieme ad essa una fuga dalla realtà ed un rifugio nella dipendenza e/o nella malattia (follia). Allora vuol dire che l'individuo ha deciso di essere sempre meno protagonista e sempre più spettatore della propria esistenza; eppure talvolta basterebbe poco per incontrare certe parti di se scotomizzate come tabù. Ormai è importante allora trovare i nodi (i legami d'amore, di dipendenza e di inquietudine) per aiutarsi ad entrare in contatto con la consapevolezza di questa solitudine, follia e dipendenza da cui ci si vuole allontanare e che proprio per questo aumentano nella società contemporanea.
Ma qual è il vissuto di emarginazione collegato con la solitudine?
Io, ogni tanto, amo guardare direttamente negli occhi senza parlare la gente. Anche ora guardando mentre parlo, con qualche pausa, ho notato che come incontro lo sguardo di qualcuno, dopo qualche attimo, questo qualcuno muove gli occhi altrove. Oggi più che mai c'è difficoltà a guardare e a sentire lo sguardo dentro come se si avesse paura di vedere o di farsi vedere. Paura, paura del contatto, paura di sentire, paura di sentire paura. Certo bisogna pur difendersi in certi casi, ma non sempre la situazione è realmente pericolosa come se fossimo inseguiti da una tigre, come se dovessimo nasconderci a un mostro spietato.
In molte sale per le conferenze, per esempio possiamo notare evidentemente le barriere architettoniche dovute alla distribuzione dei ruoli. Chi parla si "protegge" dal pubblico con un enorme bancone e mostra solo parte del torace, le spalle, le braccia e la testa.
Noi relatori potremmo essere tutti tagliati a metà e nessuno degli spettatori se ne accorgerebbe, almeno in un primo momento. La scotomizzazione della realtà è una caratteristica, in continuo aumento. Nella società contemporanea; la diffidenza reciproca è quello che si offre nei rapporti più o meno ravvicinati che le persone instaurano. Si ha sempre più paura di un rapporto preciso e definito con gli altri temendo un coinvolgimento eccessivo e una responsabilità insopportabile.
Lo sguardo assume una funzione sociale fin dai primi stadi della vita; già nella terza settimana il lattante sorride a un volto che si china verso di lui, poi aumenta piano piano, crescendo, la quantità degli sguardi, specialmente con la madre, finché diminuisce fino all’adolescenza per poi aumentare di nuovo.....Questi fenomeni relativi allo sguardo sono stati riscontrati in tutte le culture anche se cambia l'intensità e la quantità di sguardi (secondo le culture) secondo il rapporto che c'e' tra le persone, secondo le circostanze. Nella società occidentale, per esempio, una persona che guarda il suo interlocutore per il 15% del tempo, è considerata nervosa, evasiva e sulla difensiva, mentre se lo guarda per 85% del tempo è considerata fiduciosa, cordiale e sincera. Le culture "contatto" di cui fa parte anche l'Italia, si toccano molto più di quelle considerate del "non contatto": per esempio nel Portorico le coppie nei caffè si toccano circa 180 volte in un'ora, in Francia 110, in America del nord 2, in Inghilterra per niente. Questo tipo di comunicazione che consiste in segnali sociali trasmessi dall'espressione (facciale, gesti, movimenti del corpo, dallo sguardo, dalla posizione spaziale, la prossemica, dal contatto, dall'aspetto e dal tono della voce) si chiama comunicazione non verbale (CNV). La CNV è il principale canale di espressione delle emozioni ed è un mezzo di autopresentazione molto incisivo che influenza molto profondamente il sentire degli individui al di là della comunicazione verbale, anche la più ampia, logica e razionale. Le parole, talvolta, possono essere una muraglia, una copertura nell'espressione diretta dei sentimenti (di rabbia, di affetto, delusione, paura, ecc.), il silenzio, al contrario può diventare una comunicazione non verbale intensa e imbarazzante, comunque spesso emotivamente più coinvolgente. Se mi fermo per qualche secondo di parlare, questo stop è sentito più intensamente di mille parole poiché l'abitudine a sentire le mie parole è entrata nelle aspettative degli ascoltatori quindi il silenzio come un vuoto una privazione, un imprevisto divergente dal contesto. Un relatore che non parla non è accettabile! Rivoluziona le norme del contesto comunicativo generalmente accettato. Sarebbe come, in un teatro, compiere azioni reali non recitate. Le caratteristiche mimetiche degli individui fanno si che le situazioni di devianza, se non riscuotono un successo riconosciuto, sono emarginate o in qualche modo controllate e condannate. Proviamo a uscire per strada e cominciamo a salutare tutti gli sconosciuti che incontriamo: saremmo presi per folli!
Diventa una espressione "delirante", una follia anche dire buon giorno a un passante e magari se questo passante è uno psicoanalista probabilmente si chiederà "chi sa che cosa ha voluto dire con quel buon giorno?" Una folla solitaria sta marciando da tempo, una folla di individui impauriti dalla vita e dal futuro che cercano di condannare ed emarginare altri individui magari di sesso diverso, di classe diversa o di partito diverso o di squadra di calcio diversa.
Questo tragicomico gioco struttura la vita quotidiana di molte persone che cercano di riempire il proprio tempo con tante attività cercando di distrarsi da situazioni di consapevolezza riguardo la propria esistenza. Per non incontrare la propria solitudine, per non conoscere i propri vuoti spesso ci si rifugia in situazioni di dipendenza che ancora di più svuotano di valore la vita. Allora si riempiono i buchi bucandosi (di eroina per esempio, affogandosi con l'alcool, ipnotizzandosi dietro un televisore e in mille altri modi. In realtà il vuoto, qualsiasi cosa si faccia, è trascinato comunque dietro, più si cerca di evitare e di riempire e più aumenta. Non servono viaggi, droghe, matrimoni, ubriacature, televisori continuamente accesi, distrazioni di ogni tipo, anzi tutto questo lavoro per non sentire, a lungo andare aumenta le armature caratteriali che a loro volta regalano un continuo e progressivo distacco dalla realtà....Spesso si incontrano per strada persone che si sono intraviste tante volte ma con cui non si è instaurato un rapporto se non come "suppellettile ambientale" senza mai una reciprocità consapevole di comunicazione. La paura del futuro e l'eredità del passato appesantisce sempre più l'individuo, lo riempie di ansie e gli fa perdere di vista il presente. Il modello culturale vincente onnipresente è avere successo: non ha importanza come, perché, dove. Se il soggetto non si sente portato per nessuna arte, mestiere o professione, cerca di ovviare a ciò cercando di guadagnare molti soldi e così dimostrare a se stesso e agli altri di esistere attraverso l'avere. La paura di non esistere crea situazioni ricorrenti di emarginazione e di auto emarginazione; questa paura rappresenta il dubbio di essere vivi e quindi l'angoscia esistenziale che riguarda il sentimento di morte. Spesso si ha paura di perdere quello che in realtà non si ha (la serenità, la consapevolezza, la sicurezza, ecc.) e si teme la grande sfida col tempo: il cambiamento. Si ha paura di cadere, di tornare indietro, di incontrare il proprio sentimento di abbandono, di solitudine, di confusione, in qualche modo si ha paura di fermarsi ma si teme anche di andare avanti. L'angoscia vera potrebbe essere entrare in una situazione di intervallo, di vuoto in cui intravedere l'abisso della propria struttura esistenziale. Cadere nell'abisso della propria solitudine è la fine e l'inizio di ogni cambiamento radicale, è entrare in una situazione lunghissima e brevissima: un intervallo, un frammento evidente dell'infinito. L'intervallo è anche la vallata tra due montagne, il riposo tra due sfide verso il cielo, è la ricettività della neve sciolta che scende giù trasformandosi in acqua e quindi in fumo, è un ventre materno che la terra offre alla pioggia per far crescere e sviluppare i frutti, la vallata è il femminile-creativo dell'uomo quindi non la volontà indotta, ma i bisogni naturali necessari per sopravvivere. Le cime delle montagne sono i livelli di aspirazione di ognuno, l'orgoglio, la competitività, la lotta per il potere, il poter vedere dall'alto e controllare la vallata. Quando l'uomo incontra il proprio intervallo è come se si specchiasse con l'infinito, è come se in qualche modo si rendesse conto di essere un granello di sabbia nel deserto, una goccia nell'immenso oceano e allora impaurito, per illudersi di non essere così piccolo e fragile, corre di nuovo sulla cima della montagna e si sente un gigante, un padrone dello spazio e del tempo. E' proprio saltando da un picco all'altro, per evitare le vallate, che si costruisce un inarrestabile fiume di solitudine che di mano in mano che scende nella pianura e si avvicina all'oceano, vive il sentimento ineluttabile che il mare è la sua morte. Nelle grandi città dove paradossalmente lo spazio è sempre più limitato, la fiducia verso gli altri si restringe parimenti sempre di più e l'aggressività, di conseguenza, è in continuo aumento.
Non lasciarsi coinvolgere è la parola d'ordine del cittadino tipo, qualsiasi cosa succeda, accoltellamenti, rapine, richieste d'aiuto, guardare negli occhi, regali di fiori... Alcuni arrivano al punto di non rispondere più se qualcuno suona alla porta temendo che possa essere o un atto dispettoso o qualche seccatura. La paura è insieme alla solitudine la protagonista della cultura contemporanea: paura di non avere, paura di perdere, paura di non sapere, paura di non arrivare in tempo, paura di sbagliare, paura di essere traditi, paura di vincere, paura di sapere, paura di ammalarsi, di morire, paura di aver paura, paura di rimanere soli..... Molti hanno paura di sentir cantare gli uccelli e per non sentirli si portano dietro le radioline o magnetofoni con cuffia per isolarsi sempre più nel loro mondo pieno di non contatti. Ma chi vive solo oggi? E chi si sente solo? In Italia i "Single" sono in aumento sia perché molte persone non riescono fin dall'inizio a trovare un compagno adeguato per convivere, sia perché le coppie non sopportano più la solitudine a due e prima o poi si separano. Ci sono alcune città che hanno quartieri interi abitati da single, una specie di ghetti. Ci sono inoltre, addirittura solitudini a due "coatte" dovute a realtà urbanistiche carenti e quindi esistono le paradossali situazioni di "separati in casa" per carenza di alloggi.
Una categoria a parte sono i vedovi inconsolabili che passano la loro vita dietro un televisore o seguendo i ritmi fisiologici di un cane, oppure in un ghettizzante ospizio. Il sentimento di solitudine, comunque non è necessariamente legato al vivere soli. Il ragazzino che la mattina si trova con i compagni a scuola e poi torna in famiglia e poi di nuovo esce con gli amici può, lo stesso, trovare migliaia di motivi per sentire la propria solitudine (quanti adolescenti "normali" si sono ammazzati o hanno tentato o minacciato di farlo!). Il fenomeno solitudine è in realtà legato alla storia emotiva di ciascuno a cominciare dalla nascita (teniamo presente la provata sindrome psicotica che colpisce i bambini con grosse carenze di cure materne). Questa storia emotiva struttura il carattere nell'età evolutiva riguardo le varie possibilità espressive con la famiglia e con la società: più sono insoddisfacenti i momenti di socializzazione e di contatto familiare e sociale, più facilmente nell'individuo si evidenziano dei momenti incolmabili che si traducono, di mano in mano, in vissuti di solitudine. Alla fine è come se il mito di Robinson rivivesse in ogni angolo della città, nelle tante isole deserte chiamate appartamenti, in realtà, tante celle che si difendono non solo dall'esterno ma anche dalle altre celle. E le fobie (claustrofobia, agorafobia, ecc.) legate ai contatti interpersonali aumentano sempre più, sempre più l'uomo fugge dalla libertà che apparentemente brama. Come rivoluzionare la situazione? Come cambiare? Io, forse, sto parlando, voi, forse, mi state ancora ascoltando.
C'è bisogno di una piccola rivoluzione per cambiare, per vedere quello che prima era coperto. Guardare in modo nuovo, pensare in modo nuovo, camminare in una maniera diversa, ascoltare differentemente, sentire cose nuove. Sentire che il corpo fermo per tanto tempo, è mortificato, ha bisogno di contatto. La solitudine del corpo forma caratteri sempre più schizoidi e diventa comunque un grosso scotoma per la psiche. Come toccare il presente? Come toccare la propria solitudine? Come toccarsi? Alziamo le mani verso il cielo e poi chiudendo gli occhi e non dimenticandosi troppo di respirare, riuniamole sulla testa. In questo esperimento, del tutto irrazionale, (per fortuna), forse stiamo toccando il fantasma della solitudine, stiamo mettendo in contatto due parti di noi separate dalle montagne, stiamo offrendo un incontro tra la testa e il cuore al presente arcobaleno che ci dice addio.....
Non so quanti paradossi ho incontrato durante questo percorso di riscaldamento per introdurre un tema difficile, senz’altro ho incontrato molte contraddizioni e conflitti in una navigazione impervia che mi ricorda la nostalgia del futuro:cioè Capo Horn dove prima o poi sogno di andare a incontrare e a scontrarmi con due oceani. Tutto questo per non sentirmi solo o per sentire ancora di più la mia amica solitudine?
Avrei voluto introdurre il mio libro con la presentazione che ho fatto al bel libro della mia collega e amica Maria Elettra Cugini (volare da soli) ma ho preferito ripensare parzialmente le mie idee sulla solitudine trovando un sottile legame tra alcune mie conferenze del passato registrate su nastro (Solitudine Follia e Dipendenza nella Società Contemporanea – Università di Caracas 1984; Solitudine il deserto troppo abitato- Università Gregoriana Roma 1986; Emarginazione e solitudine: il vuoto da abitare Lioness Club Caserta 1987) aggiornate al presente. C’è da notare che l’intervento che ha più interessato i giornalisti nel Congresso del 1986 è stato allora, ma anche in seguito, quello di Rossella Sonnino che proponeva un’idea per sconfiggere la solitudine. Sono grato a Rossella per la proposta e per il cuore che dato nel Congresso, ma è anche importante entrare in contatto con i legami interni cui è collegato questo fenomeno sentimentale. Ora che questo lavoro sembra volgere al termine mi accorgo ti aver trascurato alcune situazioni importanti di questo tema e di aver dimenticato di approfondirne altre appena accennate. I primi che mi vengono in mente sono la solitudine collegata alla vergogna, quella dei migranti, dei commessi viaggiatori, dei guardiani dei fari, dei non vedenti, dei sordomuti, dei veri naufraghi, dei carcerati, di tutti quelli che dicono continuamente di non sentirsi soli prima che qualcuno glielo chieda……….Ho chiesto interviste ad alcuni personaggi conosciuti, scrittori, politici, attori. Qualcuno mi ha risposto, qualcun altro pur essendo molto interessato al tema non ha saputo (voluto?) parlare della propria solitudine….altri hanno promesso di richiamarmi……
Sto ancora aspettando…..e, naturalmente quando mi chiameranno entreranno in un altro libro, con un altro titolo e con un altro tema: con la scusa della solitudine….!
Debbo invece dire che i dibattiti sulla solitudine con molti miei allievi psicologi mi hanno stimolato creativamente. Questo mio scritto che segue è la traccia rimasta dopo una mia conferenza:

Una parola insinuante
Un silenzio anecoico
Un non incontro annunciato
Una nostalgia improvvisa nel cuore
Una separazione sul ponte dell’addio
Una doverosa negazione di te
Uno specchio mancante o disabitato
Un volo troppo in alto e un velo nello sguardo
Ecco ci siamo…..finalmente soli…
Che paura…… che gioia
Esaltazione e vortice
Buio accecante che attende di non attendere
Che moltitudine
Questa strana solitudine…..!

Antonio Lo Iacono (dicembre 2002)

Il Silenzio e le Parole :-: tratto dal libro “Psicologia della Solitudine (Editori Riuniti)

Si può affermare che è sempre stato il compagno delle mie parole. Non ho mai voluto e potuto iniziare una conferenza o un discorso o una lezione se non c’era il silenzio. Silenzio prima delle mie parole, silenzio durante, silenzio nell’intervallo tra una parola e l’altra, un breve silenzio anche alla fine. Il silenzio fa pensare, lascia soli con se stessi i pensatori, aiuta a conoscersi. Proprio per questo può sembrare pericoloso, nel contatto con la nostra complessa contraddittorietà. Allora si preferisce fare gruppo, stare insieme piuttosto che incontrarsi veramente, ubriacandosi, talvolta, del rumore delle parole. La nostra società è un gran mercato di parole, rumori, suoni, urla. Tentativi di apparire protagonisti in una scena che cambia continuamente, in un fragore che spesso impedisce di incontrare il proprio silenzio e la propria intimità. Ci sono perciò persone drogate di parole e ci sono anche molti spacciatori di parole. Le persone drogate di parole sono quelle che temono il silenzio soprattutto il proprio. Questa paura corrisponde alla classica paura del buio che, in realtà, è il timore dell’indefinito, di qualcosa di sconosciuto che non si può controllare.
Ho conosciuto persone single, che come entrano in casa accendono due o tre televisori e si mettono subito al telefono per fare scorpacciate di parole che ripetono circa sempre le stesse cose e che effettivamente vogliono coprire il loro profondo silenzio interno.
Ho incontrato soggetti che parlano continuamente e velocemente, passando, di continuo, da un argomento all’altro, come a voler rapidamente riempire un possibile intervallo, o un piccolo stacco di silenzio. Ho visto individui che parlano per ore riuscendo a non dire e a non esprimere nient’altro che un implicito messaggio: “Ascoltatemi, guardatemi, io ci sono, io esisto!”
Ho letto su un giornale americano: “Ti ascolterò per mezz’ora, senza commenti, in cambio di cinque dollari”. Poi ho saputo che questi annunci ricevono una trentina di chiamate il giorno.
A qualcuno mancano le parole e ad altri manca qualcuno che possa ascoltare le proprie parole, quindi un ascoltatore di parole diventa una cosa così preziosa da doverla pagare.

Ma molte parole possono essere preziose: le parole che ti possono salvare in caso di emergenza, le parole rassicuranti del medico o del terapeuta, le parole di dio tramite il sacerdote per i credenti, le parole del leader che promette qualcosa di buono nel futuro e rassicura le persone incerte (anche se spesso si tradiscono le attese). Anche la parola Sì o la parola No ha il potere positivo di organizzare psicologicamente l’evoluzione del bambino, come le parole nei racconti della storia e le parole poetiche che rimangono nel cuore… Ma attenzione alle logorree e alle parole sovrabbondanti, poiché rischiano di isolarci ancora di più e di creare delle vere e proprie patologie. Il silenzio è una delle condizioni fondamentali per assicurare la longevità e per questo giornalisti, politici e attori sono fra le categorie più a rischio. E' quanto indicano esperti russi riunitisi in un congresso a Mosca su "salute e durata della vita". Secondo i dati statistici ed analitici emersi alla conferenza vi sono tre principali categorie a rischio: quella dei piloti, cosmonauti e minatori (a causa di stress, rischi, traumatismi, malattie professionali), seguita da quella degli agenti della polizia stradale e muratori (inquinamento e traumi), e infine dei giornalisti, attori e politici. Quest'ultima, si sottolinea, è una categoria speciale. Per giornalisti, attori e politici, infatti, il pericolo non viene da malattie, inquinamento, stress o altro, ma soprattutto da "un eccesso di comunicazione", insomma parlano troppo. Parlare troppo, affermano gli esperti citati dal quotidiano “Gazeta”, assorbe l'energia che dovrebbe invece essere dedicata al rilassamento e alla riflessione che consentirebbero di recuperare le forze e la salute e, infine, vivere più a lungo. Proprio per questo, secondo le statistiche russe, ad essere più longevi sono i bibliotecari e coloro che lavorano nei musei nonché, a sorpresa, i parrucchieri, anche perché in Russia, contrariamente ad altri posti, non tendono ad essere eccessivamente loquaci. E poi fiorai, ragionieri e burocrati. A vivere meno di tutti sono i piloti (54 anni) e i cosmonauti (55) su una media dell'uomo russo pari a 59 anni e 72 anni per la donna: qui colpisce la gran differenza fra i due sessi, spiegata con il fatto che tende ad essere comune nei paesi a modesto livello di vita. Ma non esiste una Psicologia del Silenzio.

Per quanto riguarda il Silenzio in Psicoanalisi, Ferenczi è stato il primo degli psicoanalisti a pensare il silenzio nella sua singolarità, il primo a offrirgli un breve tributo.- Così afferma Giorgio Antonelli nel suo impegnativo lavoro “Il Mare di Ferenczi” Lo ha fatto in un lavoro del 1916, a partire dalla concezione intrattenuta da Freud circa l'esistenza di precisi rapporti tra erotismo anale e linguaggio. Sarebbe stato comunque Ferenczi il primo psicoanalista ad aver posto in relazione il silenzio con l'erotismo anale. “Il silenzio è d'oro”, così suona la frase pronunciata da un paziente ossessivo dello psicoanalista ungherese. Solitamente laconico il paziente si mostra particolarmente loquace. A Ferenczi che glielo fa notare, il paziente ci scherza su, dicendo appunto che, dopo tutto, "il silenzio è d'oro". Prendendo spunto da questa sua idea, Ferenczi gli fa "rilevare l'identità simbolica dell'oro e delle feci" e aggiunge "che evidentemente egli è solito lesinare le parole così come lesina l'oro e le feci, e solo in via eccezionale oggi si trova in uno stato d'animo di prodigalità". Il silenzio è d'oro nella misura in cui "non parlare significa in se e per sé un risparmio". Per altri versi l'equazione stabilita da alcuni pazienti tra verbalizzazione e azione ha come conseguenza che la paura di agire inibisca la parola nel corso del trattamento analitico. Il fatto poi che Ferenczi abbia consigliato di rispondere al silenzio col silenzio è un riflesso dell'orientamento degli psicoanalisti del suo tempo unilateralmente centrati sul paziente. Tale (contro) misura tecnica era stata criticata anche da E. Glover nella sua "Tecnica della Psicoanalisi" pubblicata nel 1955. Il primo scritto della psicoanalisi specificamente dedicato al silenzio risale al 1916. Dalla nascita della psicoanalisi, sono dovuti passare molti anni prima di approdare al silenzio. Non basta ovviamente il breve scritto di Ferenczi a costruire una psicologia del silenzio. Non è comunque casuale che il contributo di Ferenczi sul silenzio acquisti in profondità a misura del (relativo) allontanarsi dello psicoanalista ungherese dall'alveo freudiano. Ciò appare del tutto evidente nelle annotazioni del 1930-32 e nel "Diario Clinico". E' soprattutto nel silenzio che il desiderio (dell'altro) trionfa su noi. Quando due persone comunicano, sosteneva Ferenczi, lo fanno sempre a due livelli, di cui uno è sempre silenzioso. Quello che gli psicologi pragmatisti avrebbero chiamato livello metacomunicativo, lo psicoanalista ungherese lo aveva già individuato sotto il nome di "dialogo rilassato". Il silenzio è un dialogo rilassato, dunque. L'altro livello, linguistico, è inteso da Ferenczi come "comunicazione attenta". Antonelli nota, in seguito, che la psicoanalisi “mostra, secondo Reik, sia il potere della parola, sia il potere del silenzio. E' appunto nella prospettiva della potenza del silenzio che può essere letto il suo contributo. Nel centrare la questione sulla potenza del silenzio e sul silenzio dell'analista (ovvero transitivamente, sulla potenza dell'analista), Reik sembra collocarsi su posizioni di avanguardia in seno al movimento psicoanalitico. Di quella potenza in relazione ai suoi effetti, vengono in linea di massima distinti due stadi. Nel primo il silenzio dell'analista è rassicurante per il paziente, segnala ad esempio la profonda attenzione dell'analista nei suoi confronti. Nel secondo è in coincidenza col silenzio del paziente (qualcosa che egli non vuole dire o trova arduo dire) che il silenzio dell'analista cambia di segno. E' a questo punto che il paziente, secondo Reik, si rende veramente conto del silenzio dell'analista, nel senso che gli conferisce un particolare significato. Stavolta, però, il silenzio dell'analista non "suona" più rassicurante. E, tuttavia, è in tale connessione che si dimostra l'effettività di quello che Reik chiama "il potere attivo del silenzio". Tale potere è attivo nella misura in cui elicita un vasto ventaglio di risposte da parte dal paziente. Il quale, dal momento in cui scopre il silenzio dell'analista, cerca di infrangerlo comunicandogli quello che egli ritiene l'analista voglia sentire. E' chiaro, scrive Reik, che il silenzio sia venuto prima della parola e che la parola sia sorta dal silenzio come la vita dalla morte”. Nella prospettiva di una psicostoria del silenzio è interessante la considerazione svolta da Etchegoyen ne’“I fondamenti della tecnica psicoanalitica”, testo, sia detto per inciso, nel quale non figura un capitolo specificamente dedicato alla questione del silenzio. Le osservazioni ad esso dedicate figurano, significativamente, in una sezione incentrata sulla regressione terapeutica. Etchegoyen rileva come il silenzio sia per Reik "un fattore decisivo per l'istituzione della situazione analitica". Ciò è dovuto al fatto che esso risveglierebbe nel paziente la coazione a confessare. Etchegoyen non manca di stigmatizzare la tecnica del silenzio di Reik. "Ciò che quest’autore aggiunge senza dirlo" scrive "è la funzione di artificio che svolge l'analista che se ne sta in silenzio". Sembrerebbe un paradosso parlare di silenzio come artificio in un mondo in cui le parole e il frastuono sono strategie mimetiche per non incontrasi. Nella società attuale, tutta centrata su una eccessiva comunicazione, c’è poco spazio per il silenzio. C’è, si potrebbe dire, silenzio sul silenzio. Nelle società tradizionali, invece, la funzione del silenzio è molto considerata, fa parte del rito che prelude speciali accadimenti, solennità, come momento di riflessione e meditazione.
Ma quando l'attività cresce a tal punto e si perde l'arte del silenzio, che cosa ci si può aspettare?Dove imparare il raccoglimento? Secondo il movimento Sufi nel silenzio. Dove praticare la pazienza? Nel silenzio, Il silenzio praticato durante la meditazione è ancora un'altra cosa. Silenzio significa che dovremmo badare a ogni parola e a ogni azione che facciamo: questa è la prima lezione. Ogni persona veramente meditativa, ha imparato a servirsi del silenzio, naturalmente, nella vita di ogni giorno. Chi ha imparato il silenzio nella vita di ogni giorno, ha già imparato a meditare. Una persona può riservare mezz'ora al giorno per la meditazione, ma quando, di fronte a mezz'ora al giorno per la meditazione, ve ne sono dodici o quindici di attività, l'attività priva di forza la meditazione. Quindi le due cose devono camminare insieme.Una persona che desidera imparare l'arte del silenzio deve decidere, per quanto lavoro abbia da fare, di conservare nella mente il pensiero del silenzio. Se non si tiene conto di questo, non si raggiungerà mai il pieno beneficio della meditazione. Non deve sorprenderci che alcune persone hanno cercato la foresta e la montagna, che hanno preferito le regioni impervie agli agi della vita mondana. Esse hanno cercato qualcosa di prezioso. Inoltre, esse hanno trasmesso in parte l'esperienza raggiunta col loro sacrificio. Ma non è necessario seguirli nella foresta o nelle grotte di montagna. L'arte del silenzio si può imparare ovunque: in tutta la vita, per quanto impegnati, si può mantenere il silenzio. Il silenzio è qualcosa che - consciamente o inconsciamente cerchiamo in ogni momento della vita. Cerchiamo il silenzio e lo fuggiamo, nello stesso tempo. I Sufi affermano che la nostra mente è come una barca mossa dalle onde e influenzata dal vento. Le onde sono le nostre stesse emozioni e le nostre passioni, i pensieri e le immagini; il vento è l'influenza esterna, a cui dobbiamo far fronte. Per poter arrestare la barca, bisognerebbe avere un'ancora. Fermiamoci un momento a considerare quest'ancora: se è troppo pesante, fermerà la barca; se è leggera, la barca continuerà a muoversi, non si arresterà, perché in parte è nell'acqua e in parte nell'aria. In questo modo, tuttavia ci limitiamo a controllare la barca: utilizzarla è ben altra cosa. La barca non è fatta per rimanere immobile; è fatta per uno scopo. Sembra che non tutti se ne rendano conto, ma la barca è fatta per andare da un porto all'altro. Perché la barca possa navigare ci vogliono varie condizioni: per esempio, che non sia sovraccarica. Cosi il nostro cuore non va caricato troppo pesantemente, con le cose I cui ci attacchiamo; altrimenti la barca non galleggerà. La barca non deve restare sempre nello stesso porto, deve arrivare al porto a cui era destinata. Inoltre, la barca deve reagire al vento, che la porterà nel porto cui era diretta: questa è la sensazione che l'anima riceve dal lato spirituale della vita. Questa sensazione, questo vento, ci aiuta a proseguire verso il porto, al quale tutti siamo destinati. Una volta concentrata, la mente dovrebbe agire come la bussola - che indica sempre la stessa direzione. Un uomo i cui interessi vanno in mille direzioni diverse, non è maturo per viaggiare in questa barca. A questo punto mi sembra utile riportare uno stralcio del racconto del poeta e filosofo Kahlid Gibran a un eremita.”Yusif El Fakhri aveva trent'anni quando si ritirò dalla società per andare a vivere in un eremo che si trovava nei pressi della Valle Kedeesha, nel Libano settentrionale......molti erano sicuri che fosse un mistico che si beava del mondo spirituale, anche se la maggior parte della gente sosteneva che si trattasse di un pazzo. Quanto a me, non potevo trarre alcuna conclusione riguardo a quell'uomo, poiché sapevo che doveva esserci un segreto racchiuso in fondo al suo cuore e non mi sembrava il caso di affidarne la rivelazione a delle semplici congetture. Avevo a lungo sperato che mi si presentasse l'opportunità di incontrare quello strano uomo e mi ero sforzato di conquistarne l'amicizia per vie traverse, poiché volevo studiare la sua visione della realtà e apprendere la sua storia indagando sullo scopo della sua vita, i miei sforzi però risultarono vani. Finalmente Gibran incontra l’eremita. A quel punto Yusif dimostrò una certa ospitalità verso Gibran e questo alimentò le speranze dell'autore di poter "indagare" a fondo sulla vita del misterioso uomo. Seguono nel testo originale varie domande poste dall'autore e interessanti osservazioni di entrambi. Yusif offrì poi da mangiare e da bere al suo ospite cercando di non fargli mancare nulla. Gli versò del vino, del caffè e gli diede del tabacco e lo chiamò Fratello. Egli mi guardò sorridente e, dopo aver aspirato profondamente dalla sua sigaretta e sorseggiato un po' di caffè, disse: ”Senza dubbio, starai riflettendo sul fatto che, in un luogo come questo, ci siano vino, tabacco e caffè, e forse ti meraviglierai del cibo e delle comodità di cui dispongo. La tua curiosità è del tutto giustificata, poiché sei uno dei tanti a credere che, stando lontano dalla gente, si debba rinunciare alla vita e astenersi da tutti i suoi piaceri”. “Si”, convenni subito, “i saggi raccontano che chi abbandona il mondo per venerare Dio soltanto si lascerà alle spalle tutti i piaceri e l'abbondanza della vita, accontentandosi dei soli frutti di Dio e basando la propria sussistenza esclusivamente su piante e acqua”.
Dopo una pausa gravida di riflessione disse: ”Avrei potuto venerare Dio continuando a vivere tra le Sue creature, perché la venerazione non richiede necessariamente la solitudine. Non ho lasciato la gente per vedere Dio, poiché L'ho sempre visto alla casa di mio padre e di mia madre. Ho abbandonato la gente perché la loro natura contrastava con la mia, ed i loro sogni non corrispondevano ai miei... Ho lasciato gli uomini perché ho scoperto che la ruota della mia anima girava in una direzione e strideva aspramente contro le ruote di altre anime che giravano in direzione opposta. Ho lasciato la civiltà perché ho scoperto che è come un vecchio albero marcio, forte e terribile, le cui radici sono serrate nell'oscurità della terra e i cui rami si protendono al di là delle nuvole; ma i suoi fiori sono l'avidità, il male e il crimine, e i suoi frutti la sofferenza, la miseria e la paura. Chi ha cercato d'infondere in essa il bene e di modificarne la natura non è riuscita nel suo intento. È morto deluso, perseguitato e tormentato”. Yusif si chinò verso il caminetto, come se attendesse di vedere che impressione avevano fatto le sue parole nel mio cuore. Pensai fosse meglio limitarmi ad ascoltare, ed egli continuò: ”No, non ho cercato la solitudine per pregare e per vivere da eremita...poiché la preghiera, che è il canto del cuore, giunge alle orecchie di Dio anche se confusa in mezzo alle grida e ai lamenti di migliaia di voci. Vivere da recluso vuol dire torturare il corpo e l'anima e mortificarne le inclinazioni, è un tipo di esistenza che mi ripugna, poiché Dio ha edificato i corpi come templi dello spirito, ed è nostro compito cercar di meritare e di conservare la fiducia che Dio ha riposto in noi. No, fratello mio, non ho cercato la solitudine per motivi religiosi, ma unicamente per evitare le persone e le loro leggi, i loro insegnamenti e le loro tradizioni. Le loro idee, il loro chiasso e i loro lamenti. Ho cercato la solitudine per non vedere i volti di uomini che si vendono e comprano allo stesso prezzo cose che sono spiritualmente e materialmente inferiori a loro. Ho cercato la solitudine per non incontrare quelle donne che camminano con alterigia, con mille sorrisi sulle labbra, mentre in fondo ai loro mille cuori non c'è che un unico fine.
Ho cercato la solitudine per nascondermi dagli individui compiaciuti di sé che, nei loro sogni, vedono lo spettro della conoscenza e credono di aver raggiunto il loro scopo. Sono fuggito dalla società per evitare coloro che, al loro risveglio, vedono soltanto il fantasma della verità, e gridano al mondo di aver acquisito totalmente l'essenza della verità stessa. Ho abbandonato il mondo e ho cercato la solitudine perché mi sono stancato di rendere omaggio alle moltitudini che credono che l'umiltà sia una sorta di debolezza, e la compassione una specie di viltà, e lo snobismo una forma di forza. Ho cercato la solitudine perché la mia anima non ne può più di avere rapporti con chi crede sinceramente che il sole, la luna e le stelle non sorgano se non nei loro scrigni e non tramontino se non nei loro giardini. Sono scappato via da coloro che aspirano a cariche pubbliche, che danneggiano la sorte terrena della gente gettandogli polvere d'oro negli occhi e riempiendogli le orecchie con discorsi senza senso. Mi sono allontanato dai sacerdoti che non vivono conformemente a ciò che dicono nei loro sermoni, e che pretendono dagli altri ciò che non chiedono a loro stessi. Ho cercato la solitudine perché non ho mai ottenuto gentilezza da un essere umano senza pagarne l'intero prezzo col mio cuore. Ho cercato la solitudine perché detesto quella grande e terribile istituzione che la gente chiama civiltà, quella simmetrica mostruosità innalzata sulla perpetua disgrazia delle razze umane. Ho cercato la solitudine perché in essa lo spirito, il cuore e il corpo possono trovare pienezza di vita. Ho trovato le praterie sconfinate dove riposa la luce del sole, dove i fiori esalano il loro profumo nello spazio e dove i ruscelli cantano durante la loro corsa verso il mare. Ho scoperto le montagne su cui ho trovato il fresco risveglio della Primavera, la brama piena di colore dell'Estate, i profondi canti dell'Autunno e lo stupendo mistero dell'Inverno. Sono venuto in questo remoto angolo del dominio divino perché desideravo ardentemente di conoscere i segreti dell'Universo e avvicinarmi al trono di Dio”. La solitudine e il silenzio possono essere quindi anche un modo per dare un arricchimento al proprio mondo interno e/o per avvicinarsi a Dio come per l’eremita del Libano. Il silenzio può dunque essere anche uno spazio privilegiato che prepara la parola. Il silenzio, ancor prima di essere possibilità di riflessione quando vi è un silenzio prima e un silenzio dopo la parola, deve essere spazio per l’ascolto, per un’accoglienza, una recettività senza pregiudizi. Il silenzio, può educare e rafforzare alla vigilanza, che è attenzione al vissuto fin nei dettagli, capaci di rivelare - ad uno sguardo penetrante - L’uomo è reso capace di vedere l’invisibile. In una bellissima preghiera, Etty Hillesum scrive: "Tutto avviene secondo un ritmo più profondo … che si dovrebbe insegnare ad ascoltare: è la cosa più importante che si può imparare in questa vita. Il silenzio può così essere strada che conduce alla profondità. Ecco perché le grandi donne e i grandi uomini dello spirito hanno amato e vissuto il silenzio".
Abbiamo visto come l’atteggiamento di silenzio sia capace di costruire una relazione; anzi, ne ponga decisamente le fondamenta, tanto quanto la parola espressa, intesa come manifestazione esterna di se stessi all’altro. Si vengono così a delineare vari tipi di silenzio, che possono avere una valenza più o meno negativa, tanti quanti sono i modi personali di interpretazione a cui va soggetto il termine medesimo.
- Il silenzio di indifferenza è quello in cui si comunica che non si vuole comunicare all’altro, non interessa ciò che l’altro ci dice
- C’è un silenzio offeso e risentito, proprio di chi non è in pace con se stesso e con gli altri e s’isola
- Il silenzio di ascolto è quello che ci permette di ascoltare l’altro fino in fondo
- Il silenzio reciproco è quello di chi si comprende senza bisogno di troppe parole
A volte, però, il silenzio può essere una penitenza. Ci sono momenti in cui è difficile non parlare, perché ciò diventa un bisogno. E’ difficile tacere quando non si è compresi, quando si è stati offesi, quando l’altro vuole avere sempre ragione e vuole sempre l’ultima parola sulle decisioni, quando vediamo comportamenti sbagliati negli altri, quando abbiamo una sofferenza, quando capiamo che l’altro ci giudica male. Altro pericolo è quello dell’isolamento. Talvolta chi tace, non si confronta con gli altri, rimane con le proprie idee e con il proprio modo di essere, non si apre all’alterità.

 

 

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